La distanza tra la Terra e Marte non è un numero fisso, e questo è il primo errore concettuale che spesso si commette quando si parla di viaggi interplanetari. Terra e Marte orbitano attorno al Sole su traiettorie diverse e a velocità diverse; di conseguenza, la loro separazione varia continuamente. Nel punto di massima vicinanza, durante le cosiddette opposizioni favorevoli, la distanza può scendere a circa 56 milioni di chilometri. Nei momenti meno favorevoli, quando i due pianeti si trovano su lati opposti del Sole, può superare i 400 milioni di chilometri. In pratica, Marte non è “vicino”: è periodicamente meno lontano. Questa dinamica impone una conseguenza fondamentale: le finestre di lancio utili si aprono solo ogni circa 26 mesi. Fuori da queste finestre, un viaggio diretto diventerebbe energeticamente troppo costoso o semplicemente impraticabile con le tecnologie attuali. Andare su Marte non è quindi una scelta libera nel tempo, ma una manovra vincolata dalla meccanica celeste. Anche nel caso più favorevole, la distanza resta enorme se confrontata con gli standard terrestri. Marte è, in media, oltre cento volte più lontano della Luna. Non esiste la possibilità di rifornimenti rapidi, soccorsi d’emergenza o rientri improvvisati. Una volta partiti, l’equipaggio è completamente isolato dalla Terra per mesi. Questa distanza ha conseguenze che vanno oltre la semplice navigazione: ritardi nelle comunicazioni, da pochi minuti fino a oltre venti impossibilità di intervento diretto in caso di guasti gravi necessità di autonomia tecnica, decisionale e psicologica La distanza Terra–Marte non è solo uno spazio da attraversare. È una separazione operativa che trasforma ogni missione umana in un atto irreversibile, almeno per lunghi periodi. Prima ancora di parlare di sopravvivenza su Marte, è questa distanza a ridefinire cosa significhi davvero “andare” su un altro pianeta.