Quando si parla di missioni umane su Marte, il freddo, la distanza o la mancanza di aria attirano subito l’attenzione. Ma il fattore che più di ogni altro mette in discussione la permanenza dei sapiens fuori dalla Terra è la radiazione. Invisibile, continua, inevitabile. Un astronauta sulla ISS ne assorbe in un giorno quanto noi in un anno. Verso Marte, quel valore moltiplica.
Sulla Terra siamo protetti da due scudi fondamentali: un'atmosfera densa e una magnetosfera globale. Insieme deviano e assorbono gran parte delle particelle energetiche provenienti dallo spazio. Marte, invece, ha perso quasi completamente entrambi. La sua atmosfera è sottile e il campo magnetico globale è scomparso miliardi di anni fa, lasciando la superficie esposta direttamente allo spazio interplanetario.
Durante il viaggio, gli astronauti sarebbero immersi in due flussi distinti: il costante, insidioso bombardamento dei raggi cosmici galattici (nuclei atomici pesanti lanciati a velocità relativistiche) e le tempeste solari, improvvise ed intense esplosioni di particelle dal Sole che richiederebbero rifugi d'emergenza. Non esiste una vera “zona sicura”: la radiazione attraversa lo scafo e colpisce i tessuti biologici in profondità.
Una volta arrivati, la situazione migliora solo marginalmente. Le misure dei rover indicano che la dose di radiazione sulla superficie marziana è diverse volte superiore a quella media terrestre. In una missione di lunga durata, la dose accumulata può avvicinarsi o superare i limiti considerati accettabili.
Gli effetti non sono immediati, ma subdoli. Il corpo umano ha meccanismi di riparazione, ma qui il danno è continuo e cumulativo.
Ogni particella ad alta energia è come un proiettile microscopico che può spezzare il DNA:
-Aumento del rischio di tumori a lungo termine
-Danni al DNA difficili da riparare
-Possibili effetti sul sistema nervoso centrale
-Rischio di compromissione del sistema immunitario.
In altre parole, la radiazione non uccide subito: consuma lentamente.
Le contromisure esistono, ma sono incomplete. Schermature spesse sono pesanti e difficili da trasportare; materiali ricchi di idrogeno (come l'acqua) funzionano meglio, ma non risolvono il problema. Esiste anche un paradosso: alcuni materiali della navicella, quando colpiti, possono produrre una "pioggia secondaria" di particelle ancora più pericolose. Per questo si ipotizzano habitat coperti da metri di regolite marziana o parzialmente interrati. Anche così, la protezione resta imperfetta.
Il punto cruciale è questo: mentre freddo, pressione e mancanza di ossigeno possono essere compensati dalla tecnologia, la biologia umana non è progettata per vivere sotto un bombardamento costante di particelle energetiche. Marte non è letale perché è estremo; lo è perché è non protetto.
Se il viaggio verso Marte mette alla prova l'ingegneria, l'esposizione alle radiazioni mette alla prova l'evoluzione stessa dei sapiens. Il nostro DNA si è formato al riparo di quei due scudi terrestri. Portare la vita su Marte significherà, quindi, non solo costruire habitat, ma ricreare per noi, in scala ridotta e artificiale, quella protezione che la Terra ci ha sempre dato per scontata. È il limite più netto tra l'esplorazione robotica e la presenza umana.
💬 Nota di fondo:
Marte non respinge l’uomo con violenza, ma con indifferenza cosmica. E la radiazione è la sua voce più silenziosa.