Il paradosso dell’informazione
La scoperta dell’evaporazione dei buchi neri aprì immediatamente una ferita profonda nella fisica teorica, rivelando un conflitto silenzioso tra le sue due fondamenta. Se un buco nero emette radiazione termica e alla fine scompare, che fine fa l’informazione contenuta nella materia che è caduta al suo interno? Non la massa o l'energia, ma l’impronta unica di ogni atomo, la disposizione delle particelle, la storia stessa di ciò che è scomparso.
Per "informazione" non intendiamo dati astratti, ma l’individualità fisica di ogni sistema. Nella meccanica quantistica, questa non può essere distrutta: le leggi fondamentali sono reversibili. In linea di principio, conoscendo lo stato finale di un sistema, si potrebbe risalire al suo stato iniziale, come far riavvolgere il nastro della realtà. Ma la radiazione di Hawking, così come concepita inizialmente, è cieca: è puramente termica, priva di memoria. È il vapore indistinto che esce da una pentola bollente, che non conserva traccia della forma dell’acqua versata.
Se l'evaporazione fosse l'ultima parola, e tutto ciò che rimanesse di una stella, di un pianeta o di un libro fosse solo un debole calore uniforme, allora l’informazione verrebbe cancellata per sempre. Non semplicemente nascosta, ma eliminata dalle leggi dell’Universo. Ecco il paradosso: da un lato la meccanica quantistica (il regno del molto piccolo) richiede che l’informazione sia eterna; dall’altro la relatività generale (il regno del molto massiccio), unita all’evaporazione, sembra condannarla all’oblio. Non si tratta di una speculazione filosofica, ma di una contraddizione matematica scaturita da un calcolo preciso.
Stephen Hawking, per molti anni, sostenne che l’informazione andasse davvero persa. Fu una posizione scomoda e impopolare, ma coerente con quanto la sua stessa teoria suggeriva. Ancora una volta, scelse di seguire la matematica piuttosto che le aspettative, dimostrando che il coraggio intellettuale a volte sta nel difendere un’idea che disturba.
Il paradosso, però, non è un dettaglio tecnico da archiviare. È un segnale d'allarme, un punto in cui il dialogo tra le nostre due grandi teorie della realtà si interrompe bruscamente. I buchi neri, in questo senso, diventano molto più che oggetti cosmici: sono laboratori concettuali estremi, banchi di prova dove il linguaggio stesso della fisica sembra incepparsi, dove lo spazio, il tempo e l’informazione rivelano una trama più complessa di quanto immaginato.
Oggi, molti fisici credono che la soluzione stia proprio in questa crepa, forse nella gravità quantistica o in principi come l’olografia, che suggerisce come l’informazione non sparisca mai, ma venga conservata come un codice indelebile sulla superficie apparente del buco nero. Il paradosso rimane, per ora, la più eloquente testimonianza che la nostra ricerca del Grande Disegno è ancora in corso, e che le domande più scomode sono spesso quelle che ci spingono oltre il confine del conosciuto.