Libreria di Stefano

Benvenuti nella mia libreria! Qui potrete scoprire i contenuti dei miei libri, nati dall'incontro tra scienza, memoria ed esperienza personale. Esplorate le tematiche che mi appassionano e lasciatevi coinvolgere in un viaggio attraverso il clima, lo sport, la fantascienza e l'universo.

Prefazione

Questo non è un libro sul futuro. È una lente puntata sul presente, distorto e spinto alle sue estreme conseguenze. La fantascienza, quando smette di essere solo intrattenimento, diventa il più potente strumento di conoscenza: un bisturi per sezionare il nostro oggi, interrogando il domani per comprendere l’eterno conflitto tra l’umano e la macchina, tra il controllo e il caos, tra l’organizzazione che imprigiona e quella che libera. Come Bogdanov, che in Stella Rossa immaginò Marte non come rifugio ma come laboratorio sociale, questo romanzo usa un domani possibile per indagare l’unica questione che conta: cosa ci rende umani, quando tutto il resto può essere ingegnerizzato? Ogni mondo inventato è una domanda sul nostro. Ogni risposta che cercherete tra queste righe, forse, la troverete già vivendo.
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Aleksandr Bogdanov aveva previsto tutto, molto prima che il mondo iniziasse a spezzarsi. Non i dettagli, quelli nessuno poteva immaginarli, ma la struttura profonda: che una società può crollare non solo per mancanza di risorse, ma per errore di organizzazione, per una cultura che smette di mettere l’essere umano al centro. Bogdanov chiamava questo studio Tektologia: una scienza dell’organizzazione universale, capace di unire biologia, politica, cultura e tecnologia in un’unica trama vivente. Nel suo romanzo Stella Rossa immaginò un Marte non come un rifugio, ma come un laboratorio sociale: un luogo dove la cooperazione sostituiva la competizione, dove le reti erano organismi e le comunità funzionavano come sistemi immunitari. Quell’intuizione fragile, visionaria, quasi dimenticata, è diventata la radice di questa storia. Non ho voluto raccontare un futuro dove la tecnologia è protagonista, ma uno in cui la forma dell’organizzazione decide se una civiltà sopravvive o collassa. Dove la rivoluzione non è un evento, ma un modo nuovo di percepirsi: non isole che resistono, ma tessuti che si riconnettono. Da qui nasce Il Segnale Neutrino. Nasce dalla domanda che tormentava Bogdanov più di un secolo fa: Che cosa tiene insieme una società quando tutto il resto si dissolve?Ho immaginato un mondo dove i Dominanti hanno recintato la Terra in Bolle perfette, non solo modificando la tecnologia, ma permeando l’aria, i dati, la biologia. Hanno tentato ciò che la politica del passato non aveva mai osato: non governare le persone, ma riscriverle. E nel farlo, hanno dimenticato ciò che Bogdanov considerava essenziale: che l’essere umano non è un ingranaggio isolato, ma un nodo in una rete vivente. Che nessun potere, per quanto totalitario, può spegnere completamente la risonanza tra gli esseri umani. Per questo ho scelto il neutrino come simbolo: la particella che tutto attraversa senza essere fermata da nulla. Invisibile, inafferrabile, ma presente. Come la cultura che continua a filtrare tra gli interstizi dell’oppressione. Il neutrino è il legame minimo. Il legame indistruttibile. Così è nato questo libro: come un omaggio a una visione sociale troppo avanti per il suo secolo e troppo necessaria per il nostro. Una storia di rivolte senza eroi, di sistemi che implodono e organismi che nascono, di intelligenze artificiali che imparano a limitarsi e di esseri umani che imparano finalmente ad ascoltarsi. Una storia in cui la Stella Rossa non è più un pianeta, ma un metodo. Non un luogo dove fuggire, ma un modo nuovo di stare sulla Terra. Spero che, leggendo queste pagine, possiate sentire ciò che i Dominanti non hanno mai capito: che la rivoluzione più potente non è quella che distrugge, ma quella che riorganizza la vita. E che, come un neutrino, passa attraverso tutto. Senza mai spegnersi. -


Prefazione

Leggendo queste pagine vi domanderete come faccio a ricordare in modo così vivido una giornata del 1971, quando oggi che scrivo nel 2025 ho settant'anni. La verità è che non tutto viene solo dalla memoria. Tornato a casa, nei giorni successivi al cimento estivo, ancora con le gambe indolenzite e la testa piena di strade, presi un quaderno e scrissi qualche pagina di appunti. Poche righe scarne, un diario senza pretese, annotato con l'entusiasmo confuso e la fierezza dei sedici anni. Poi la vita andò avanti, e quel quaderno finì in una scatola, dimenticato. L'ho ritrovato cinquant'anni dopo, in mezzo ad altri vecchi scritti di scuola: era ingiallito, la grafia di quel ragazzo mi sembrava quasi estranea. Ma quando l'ho aperto, è stato come riaccendere una luce: le distanze, i nomi dei paesi, la crisi nella pianura, l'anguria, l'uomo del pergolato. Tutto era lì, fissato nell'inchiostro sbiadito. Questo libro è nato da lì. È il racconto di un fatto di cronaca vissuto in prima persona, ma scritto non dal "giornalista" del tempo – quel sedicenne frettoloso e sopraffatto – bensì dallo "storico" postumo che sono oggi. Forse essere anziano non ti dona saggezza, ma solo più esperienza. Ed esperienza non è sinonimo di verità assoluta: porta con sé i suoi bias, le sue nostalgie, le sue semplificazioni. Non è detto che oggi io sia un narratore migliore di quel ragazzo con il quaderno. Sono solo un narratore diverso. Uno che ha avuto il tempo di vedere quel giorno non come un episodio isolato, ma come una pietra miliare, la prima di molte, che ha segnato la direzione di una vita. Oggi che guardo indietro, capisco che quel ragazzo di sedici anni possedeva un'arma che l'esperienza spesso rischia di soffocare: l'incoscienza del visionario. Mi torna in mente il 1964, quando Peter Higgs e i suoi colleghi previdero l’esistenza della particella che dà massa a tutto ciò che siamo, senza di essa oggi non scriverei e tu non leggeresti queste righe. All'epoca erano dei "giovanotti" teorici, spesso guardati con sufficienza dai "professoroni" del tempo, arroccati sulle loro certezze. Eppure, avevano ragione loro. La scienza, come la vita, procede per strappi che solo chi non ha ancora imparato che "è impossibile" può sognare di compiere. Questo libro è una ricostruzione che parte da quelle note precise e si allarga con ciò che è rimasto impresso nella mente – il dolore dei muscoli, il sapore del sale sulle labbra – e soprattutto con ciò che si è depositato nel cuore: la lezione di quella follia. Perché alcuni giorni non li dimentichi. Ti scavano un solco. E questo è il racconto del solco che un ragazzo, una bicicletta e trecento chilometri di asfalto rovente scavarono in me per sempre.


Prefazione

Questo racconto è un tentativo di evocare, in forma narrativa e simbolica, una visione dell'universo che fonde suggestioni scientifiche e filosofiche. È nato come una riflessione personale, poi si è evoluto in una narrazione mitica che parla di luce, coscienza, vibrazione e appartenenza. La sua struttura richiama volutamente le cosmologie antiche, ma è informata dalle scoperte moderne: la relatività generale, la meccanica quantistica, la teoria delle stringhe e l’ipotesi delle dimensioni extra. La "Luce" che si spegne nel racconto non è soltanto un simbolo, ma richiama anche l’idea di un universo che cambia fase, che passa da una condizione a un'altra, come accade nel modello inflazionario spinto dall' inflatone, un campo di energia o nelle ipotesi sul multiverso. Laddove la luce non è più, la coscienza trova nuovi modi di emergere, nuove vie per manifestarsi. L'idea della Stirpe invece è una metafora dell'evoluzione collettiva della coscienza, una specie di intelligenza distribuita che si sviluppa grazie alla connessione empatica tra esseri diversi, uniti non da sangue ma da una vibrazione comune amplificata da una risonanza emotiva. È un sogno, certo, ma anche un augurio: che si possa, un giorno, fluttuare in un universo dove la competizione lascia spazio alla risonanza emotiva dove invece di scontrarsi, le esperienze, le idee e le emozioni si fondono come corde di una chitarra che vibrano all'unisono, amplificando la bellezza di ogni interazione e tessono insieme una melodia collettiva che arricchisce l'intero cosmo. Tutto ciò evoca un'immagine di un'umanità che trascende le barriere tradizionali per connettersi a un livello più profondo e universale. La "vibrazione comune" che unisce esseri diversi, suggerisce un'armonia che va oltre la competizione, un ideale che molti filosofi e pensatori hanno sognato. Mi ricorda il concetto di "noosfera" di Teilhard de Chardin, una sorta di coscienza collettiva che emerge dall'interazione e dalla connessione tra gli esseri umani e che porta verso l’idea del "Punto Omega", un momento futuro in cui tutta la coscienza convergerà in un’unità sempre più complessa ed evoluta. In questo contesto, è impossibile non menzionare la materia oscura. Essa rappresenta ciò che ancora non comprendiamo, ciò che è presente e fondamentale ma resta invisibile, come molte dimensioni dell'esistenza umana e cosmica. La materia oscura rimane, come uno sfondo silenzioso che tiene insieme le galassie, le emozioni e le possibilità. Anche quando la luce scompare, anche quando la coscienza si trasforma, c'è sempre qualcosa che rimane: un'ossatura invisibile ma necessaria dell'universo. Nel racconto, la materia oscura è il simbolo di ciò che resiste, di ciò che sostiene il canto anche nel buio. Questo racconto non pretende di spiegare, ma di evocare. Non vuole convincere, ma suggerire. È un piccolo contributo al bisogno, antico e futuro, di trovare un senso nelle stelle, e forse anche dentro di noi. Ed ora, dopo le cinque ere dell’universo il Big Bang e l’Inflazione, l’Era della Ricombinazione, l’Era Oscura, l’Epoca della Reionizzazione e infine la nostra: l’Era delle Galassie, degli intrecci gravitazionali e degli effetti multicolori, ci addentriamo nella sesta. Sarà l’era del Big Freeze, il lungo crepuscolo del cosmo, dove le stelle moriranno una a una e il tempo sembrerà diluirsi nel silenzio termico dell’infinito. E non è fantascienza: già oggi, la gran parte dell’universo ha raggiunto una temperatura prossima ai -270 °C, residuo silenzioso del primo respiro cosmico . Eppure, anche in questo scenario estremo, qualcosa resiste: la vibrazione sottile della coscienza, come un’eco di tutte le forme vissute. Laddove la materia si spegne, forse è la memoria stessa dell’universo a voler continuare a sognare. Forse ciò che chiamiamo pensiero, oppure desiderio, o ancora bellezza… è l’ultima scintilla di calore che si oppone all’entropia. Così ci avventuriamo oltre: in uno spazio dove fisica e mito si sovrappongono, dove il senso delle cose non sta solo nel cominciamento, ma anche nella persistenza, e nel modo in cui tutto ciò che fu continua a esistere… nella forma di un’idea. "Un aiuto ai naviganti, per non perdersi nel periglioso mare della navigazione tra le pieghe del tempo, della quantistica e del mito, viene offerto dalle note esplicative poste nella sezione Appendice delle Note"


Prefazione

Il cambiamento climatico è uno dei temi più dibattuti, e al contempo più confusi, del nostro tempo. La confusione non deriva da una mancanza di dati, ma dall'eccesso di narrazioni, semplificazioni e contrapposizioni ideologiche che ne offuscano la comprensione. Questo libro nasce con un obiettivo preciso: restituire il dibattito sul clima all’ambito dell’analisi scientifica e dell’evidenza. Non propone verità definitive né soluzioni semplicistiche, ma un percorso ragionato attraverso i concetti fondamentali – dalla meteorologia alla fisica, dall’informatica alla scienza del sistema Terra – necessari per orientarsi in un problema intrinsecamente multidimensionale. Il testo ha la forma di un compendio: una sintesi ragionata di discipline diverse ma interconnesse, arricchita da riflessioni maturate attraverso lo studio, l’ascolto degli esperti e un’analisi critica delle fonti. Il clima non è un’opinione. È un sistema fisico complesso, governato da leggi naturali, retroazioni e limiti biofisici. Comprenderne i meccanismi è cruciale, perché dalle scelte collettive di oggi dipenderà il nostro futuro sul pianeta. Per questo, il cambiamento climatico merita di essere affrontato con rigore, curiosità e spirito critico. Se queste pagine riusciranno a stimolare domande migliori, anziché fornire risposte preconfezionate, avranno raggiunto il loro scopo principale.


Conclusione: Il tempo che abbiamo, il tempo che prendiamo

Abbiamo viaggiato attraverso la fisica dell'atmosfera, la matematica dei modelli climatici, l'economia della crescita infinita, la tecnologia della decarbonizzazione. Abbiamo visto dati, curve, scenari. Ma forse il dato più importante non è in nessun grafico: è il ritmo con cui viviamo. La crisi climatica non è solo il risultato di una tecnologia troppo potente (i combustibili fossili) o di un sistema economico miope (il PIL infinito). È anche il sintomo di una crisi del tempo umano. Siamo la prima civiltà che ha moltiplicato la durata della vita ma ne ha accelerato il ritmo al punto da non riuscire più ad abitarne la profondità. I nostri antenati – con vite più brevi, più dure, più esposte – vivevano a ritmi dettati dal sole e dalle stagioni. Noi abbiamo creato un tempo artificiale, lineare, accelerato, che ci stanca senza mai saziarci. Bruciamo combustibili fossili come bruciamo le nostre giornate: sempre di corsa, sempre insoddisfatti, sempre in cerca della prossima cosa. Questa accelerazione non è casuale. Nasce forse dal nostro rifiuto collettivo della morte, dalla nostra hybris di specie che si crede padrona del mondo, dalla paura di essere semplicemente un passaggio breve in una storia lunghissima. Per non accettare la nostra finitezza, la riempiamo freneticamente. Ma la Terra ha i suoi ritmi: lenti, ciclici, pazienti. Il clima cambia su scale che misuriamo in secoli, le foreste primarie crescono in millenni, il permafrost si è formato mentre l'umanità imparava a scrivere. Noi, con la nostra frenesia, stiamo violentando questi ritmi con la prepotenza di chi non sa ascoltare. Forse, allora, salvare il clima richiederà non solo nuove tecnologie, ma un nuovo rapporto col tempo. Riscoprire la contemplazione non è un lusso da mistici: è una necessità ecologica. Un essere umano che sa fermarsi, che sa guardare un albero senza pensare a cosa farne, che sente gratitudine per il semplice fatto di respirare, è un essere umano che consumerà meno, brucerà meno, pretenderà meno. Il cambiamento climatico ci chiede di rallentare. Non come rinuncia, ma come ritorno alla misura umana. Come scoperta che ciò che la natura ci offre "senza sforzo alcuno" – la bellezza, il silenzio, la connessione – vale più di tutto ciò che compriamo correndo. Questo libro è iniziato con una domanda: Il clima cambia? Forse dovremmo chiederci anche: Noi, sapremo cambiare il ritmo con cui viviamo, per imparare di nuovo ad ascoltare il ritmo del mondo che ci ospita? La posta in gioco non è solo un grado centigrado in più o in meno. È la possibilità di diventare, finalmente, una specie adulta: capace di accettare i propri limiti, di abitare con gratitudine il suo breve, meraviglioso passaggio su questo frammento di universo, e di lasciarlo, un giorno, non più povero di come lo ha trovato. -

Prefazione

“Un oggetto è passato nel silenzio, lasciando una traccia di domande che ancora non trovano risposta.” Nel 2017 un corpo celeste proveniente dallo spazio interstellare ha attraversato il Sistema Solare, seguendo una traiettoria che non tornerà mai più. A quel corpo fu dato un nome: ‘Oumuamua, che in lingua hawaiana significa "messaggero da lontano che arriva per primo". Da quel momento si sono aperte decine di ipotesi, teorie, speculazioni. Cometa o asteroide? Naturale o artificiale? Testimone del caos cosmico o portatore di un significato più profondo? Questo testo nasce con l’intento di raccogliere ciò che è stato osservato, ipotizzato e immaginato intorno a questo visitatore misterioso. Non è un trattato scientifico, ma una breve esplorazione: di dati, di anomalie, di ipotesi — alcune prudenti, altre audaci. ‘Oumuamua rappresenta una soglia: quella tra ciò che conosciamo e ciò che ci sfugge ancora. Raccontarlo significa esplorare non solo un oggetto, ma il modo in cui l’umanità si confronta con l’ignoto. Un piccolo frammento di universo che ci ha attraversati — e che forse, in silenzio, ci ha raccontato qualcosa su di noi.


IL MAGNIFICO VENTENNIO

Prefazione

Se la relatività pone un limite superiore al moto lineare, la meccanica quantistica pone un limite inferiore al moto oscillatorio.


Tutto ebbe inizio con la citazione "Nella scienza non c'è più nulla da scoprire" comunemente attribuita al fisico inglese Lord Kelvin (William Thomson), ma in realtà travisata nel suo significato. Quello che Kelvin disse nel 1900 fu più precisamente: "Non c'è nulla di nuovo da scoprire in fisica ormai. Tutto quello che resta è di misurare con maggiore precisione." Questa frase, spesso citata fuorviante come un'affermazione di presunzione, in realtà rifletteva una certa fiducia nelle teorie fisiche dell'epoca. Ma la conoscenza dei sapiens è un fiume che scorre imperituro dal passato al futuro, alimentato ogni tanto da nuovi affluenti. Sulla riva sinistra vi sono gli scienziati sulla riva destra i filosofi, l'epistemologia è il ponte che unisce le due rive e permette l'incontro tra i due generi. La religione in questo contesto dove si può inserire, e Plank fervente credente ha avuto più difficoltà di Einstein a elaborare le sue teorie, oppure è stato agevolato dall'attrazione verso l'assoluto ? Quando si menziona Max Planck come fervente credente e si confronta con Einstein, è importante considerare che entrambi gli scienziati erano aperti a riflessioni filosofiche e metafisiche. Planck, noto per la sua teoria dei quanti, ha sperimentato una certa tensione tra la sua fede religiosa e l'approccio scientifico. Tuttavia, la sua convinzione in un ordine divino nell'universo potrebbe avergli offerto un'ispirazione o un punto di riferimento nella sua ricerca. Einstein, d'altro canto, era noto per la sua visione più deistica o panteistica, in cui riconosceva un principio ordinatore nell'universo ma non seguiva una visione religiosa convenzionale. Entrambi hanno comunque contribuito notevolmente alla fisica, sebbene con prospettive filosofiche e spirituali diverse. In sintesi, la religione può essere vista come un elemento che influenza la percezione del mondo da parte degli individui e che può avere un impatto sulla loro attività scientifica o filosofica. La relazione tra la religione e la scienza può variare notevolmente tra gli individui, e la presenza di una fede religiosa può essere un elemento che agevola o complica il processo di formulazione delle teorie scientifiche. Iniziamo a navigare il fiume della conoscenza tra le rapide delle teorie che sorgono e scompaiono ed altre che restano per sempre fissate da prove sperimentali o da osservazioni inconfutabili.

VITA DI UNA STELLA

Prefazione

A fine dicembre 2019 nel voler approfondire la mia conoscenza sui computer quantistici, cercai un corso di chimica, ne trovai uno molto interessante sul sito dell'associazione divulgativa Astronomiamo. Da quì , anche con la complicità del Covid che ci costringeva a restare a casa , mi buttai a capofitto negli studi che proponeva l'associazione. Dopo tre anni di fervida attività sono diventato un appassionato dilettante allo sbaraglio. Scrivo questo breve libricino, tratto dalle mie ancora parziali conoscenze, mettendolo a disposizione di amici e conoscenti che possono essere interessati alla materia. Nel caso poi desiderate approfondire gli argomenti vi aspetto all'associazione di cui sono socio, ove molti scienziati offrono gratuitamente serate on line ed a volte in presenza a chi vuol crescere nel cammino della conoscenza.