Tra tutti i corpi del Sistema Solare, Marte è quello che pone la domanda più scomoda: se non possiamo vivere lì, dove altro potremmo mai farlo? Non perché Marte sia ospitale, ma perché è il meno inospitale tra i pianeti accessibili. Marte è relativamente vicino alla Terra, raggiungibile con tecnologie già disponibili, e ha caratteristiche che, almeno superficialmente, ricordano il nostro pianeta: un giorno di durata simile, stagioni dovute all’inclinazione dell’asse, una superficie solida su cui camminare. A differenza di Venere o dei giganti gassosi, Marte permette una presenza umana diretta, non confinata in orbita. Ma il vero motivo per cui Marte è al centro dell’interesse umano non è il presente, bensì il passato. Le tracce di fiumi, laghi e delta indicano che miliardi di anni fa Marte ha avuto condizioni ambientali compatibili con la vita. Studiare Marte significa quindi studiare un pianeta che ha quasi funzionato, un esperimento naturale interrotto. Dal punto di vista scientifico, Marte è un laboratorio unico: per comprendere l’evoluzione climatica dei pianeti rocciosi per capire come e perché un mondo può perdere atmosfera, acqua e abitabilità per confrontare direttamente la storia della Terra con quella di un pianeta “fallito” Dal punto di vista umano, invece, Marte rappresenta un limite. Non è una nuova casa, ma una prova. Portare sapiens su Marte significa verificare fino a che punto la tecnologia può compensare un ambiente ostile, e dove invece emergono limiti biologici non aggirabili. Marte non è il pianeta migliore per vivere. È il pianeta migliore per capire perché la Terra è così rara — e perché l’essere umano, fuori dal suo ambiente naturale, diventa immediatamente una specie vulnerabile. Marte non è scelto perché promette un futuro facile, ma perché rende impossibile raccontarsi illusioni.