Il viaggio dalla prigione

Ci sono uomini che viaggiano perché il mondo è aperto davanti a loro.
E ce ne sono altri che viaggiano perché il mondo, improvvisamente, si chiude.

Darrell Standing, il protagonista di The Star Rover di Jack London, è rinchiuso in una prigione totale: immobilizzato, privato dei sensi, ridotto a un corpo che sopravvive a fatica. È proprio in quel punto estremo che scopre una via di fuga inattesa. Quando tutto il resto gli viene tolto, resta la mente. E la mente diventa spazio, tempo, molteplicità di vite. Standing non evade dalla prigione: la attraversa, lasciando il corpo indietro.

Stephen Hawking ha vissuto una condizione diversa, reale, non letteraria, ma sorprendentemente affine. Anche per lui il corpo, col tempo, si è trasformato in una prigione sempre più rigida. Il movimento, la voce, l’autonomia fisica gli sono stati progressivamente sottratti. E anche lui, invece di ritirarsi, ha compiuto un gesto opposto: ha spinto il pensiero verso i luoghi più estremi che l’Universo offre.

Standing viaggia nel tempo delle coscienze; Hawking nel tempo cosmico.
Uno attraversa identità e reincarnazioni; l’altro attraversa buchi neri, singolarità, l’origine stessa del tempo. Ma il gesto è lo stesso: trasformare il limite in un varco.

C’è qualcosa di profondamente umano in questo movimento. Quando il corpo non può più espandersi nello spazio, la mente cerca un altro orizzonte. In Standing questo orizzonte è visionario, quasi mistico. In Hawking è rigoroso, matematico, ancorato alla fisica più dura. Eppure entrambi mostrano la stessa verità essenziale: l’identità non coincide con la carne, e la coscienza non è riducibile alla sua gabbia materiale.

Hawking ha studiato l’orizzonte degli eventi, quel confine oltre il quale nulla dovrebbe tornare. Standing vive costantemente su un altro orizzonte, quello tra coscienza e annientamento. In entrambi i casi, l’orizzonte non è una fine, ma un luogo di trasformazione.

Forse è per questo che queste due figure, così lontane nel tempo e nel linguaggio, sembrano parlarsi. Non perché dicano la stessa cosa, ma perché rispondono alla stessa domanda silenziosa: cosa resta dell’uomo quando tutto il resto viene tolto?

Nel loro modo diverso, entrambi suggeriscono una risposta che non è consolatoria, ma potente: resta il pensiero. E il pensiero, quando è libero, può abitare universi interi.