Il sapere non è neutro Cecilia Payne-Gaposchkin e Henrietta Swan Leavitt

La scienza ama raccontarsi come territorio neutrale, governato solo dai fatti. Ma i fatti, da soli, non parlano: qualcuno deve avere il diritto di farli parlare. Henrietta Swan Leavitt scoprì la relazione tra il periodo di pulsazione delle Cefeidi e la loro luminosità. Un legame profondo, elegante, universale. Grazie a quella relazione diventò possibile misurare le distanze cosmiche e comprendere la struttura dell’Universo. Eppure Leavitt rimase sullo sfondo. Il suo lavoro divenne strumento per altri. Il suo nome, una nota a piè di pagina. Cecilia Payne-Gaposchkin arrivò a una conclusione che rompeva con il senso comune scientifico: le stelle non erano fatte come la Terra. L’Universo non ci assomigliava. Una verità semplice e sconvolgente. Troppo sconvolgente, forse, per essere pronunciata con piena autorità da una giovane donna. La scoperta venne attenuata, rinviata, poi riaffermata da chi aveva una voce più forte. Non perché fosse più vera, ma perché era più ascoltata. Queste storie non appartengono solo al passato. Rivelano qualcosa di strutturale: il sapere non è mai separato dalle relazioni di potere che lo attraversano. Ancora oggi molte donne: devono dimostrare di più per ottenere lo stesso riconoscimento vengono citate meno guidano meno gruppi di ricerca hanno meno accesso ai luoghi decisionali La scienza è cambiata, sì. Ma non abbastanza da potersi dire cieca al genere. Ricordare Leavitt e Payne non significa solo rendere giustizia. Significa domandarsi chi oggi sta ancora lavorando nell’ombra, chi produce conoscenza senza poterla firmare fino in fondo, chi viene ascoltato solo quando qualcun altro ripete le sue parole. L’Universo è immensamente più grande di noi. Ma il modo in cui lo comprendiamo dipende ancora troppo da chi ha il permesso di parlare.