Ogni grande fisico, prima o poi, incontra la filosofia.
E ogni filosofo che prende sul serio il mondo, prima o poi, è costretto a fare i conti con la fisica.
Newton costruisce un edificio straordinario: osservazione, matematica, leggi universali. Un’opera che anticipa lo spirito positivista, anche se poggia ancora su una metafisica forte: spazio e tempo assoluti, un ordine garantito da Dio. La fisica nasce rigorosa, ma non ancora “neutra”.
Due secoli dopo, Einstein compie una doppia svolta.
Con la relatività ristretta taglia via tutto ciò che non è direttamente definibile: etere, simultaneità assoluta. È il tempo dell’influenza di Mach e dell’atteggiamento positivista.
Poi, con la relatività generale, cambia di nuovo passo: lo spazio e il tempo non sono più lo sfondo del mondo, ma parte della sua struttura dinamica. Qui la fisica torna a dialogare apertamente con la filosofia, con Kant e Schopenhauer sullo sfondo.
Eppure, filosofi e fisici condividono una fragilità comune:
tendono a rinchiudersi nella gabbia del proprio linguaggio.
Il filosofo rischia di perdersi nelle parole, il fisico nelle formule. In entrambi i casi, il linguaggio da strumento diventa confine.
Le grandi rivoluzioni arrivano quando qualcuno si accorge della gabbia e prova a piegarne le sbarre.
Non per abbandonare il linguaggio, ma per usarlo con più libertà.
Citazione finale
Einstein:
“I concetti fisici sono creazioni libere della mente umana.”
Wittgenstein:
“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.”