Lise Meitner e le altre: l’eredità della discriminazione di genere nella scienza

Lise Meitner è un nome che dovrebbe risuonare con la stessa forza di Marie Curie, Albert Einstein o Niels Bohr. Invece, la sua storia rappresenta un caso quasi didattico di rimozione storica, un emblematico esempio di come il contributo delle donne sia stato sistematicamente oscurato nel racconto del progresso scientifico. Nel 1938, in fuga dalla Germania nazista perché ebrea, Meitner continuò a collaborare a distanza con l’ex collega Otto Hahn. Fu lei, durante una passeggiata nella neve svedese con il nipote Otto Frisch, a interpretare correttamente i risultati sperimentali di Hahn: il nucleo dell’uranio non si era semplicemente “spezzettato”, ma si era diviso in due, rilasciando un’immensa energia. Coniò il termine “fissione nucleare” e ne fornì la spiegazione teorica fisico-matematica, attingendo al nuovo mondo della meccanica quantistica. Tuttavia, nel 1945 il Premio Nobel per la Chimica fu assegnato solo a Otto Hahn. Meitner ne fu esclusa. La motivazione ufficiale? Il Comitato Nobel riconobbe solo l’evidenza chimica (la scoperta dei nuovi elementi) e ignorò – consapevolmente o meno – l’indispensabile salto teorico che trasformò un dato di laboratorio in una rivoluzione per la fisica, la chimica e la storia del ‘900. Senza la sua intuizione, la comprensione e quindi l’applicazione della fissione avrebbero avuto un percorso molto più lento e tortuoso. La vicenda di Meitner non è un’eccezione. È il sintomo di un sistema che per secoli ha marginalizzato il talento femminile: Il “Matilda Effect”: il sociologo Robert K. Merton descrisse il fenomeno per cui i meriti delle scienziate vengono attribuiti ai loro colleghi maschi. Prima di Meitner, pensiamo a Rosalind Franklin (la “signora del DNA”), il cui fondamentale lavoro di cristallografia a raggi X fu cruciale per la scoperta della doppia elica, premio Nobel poi assegnato a Watson, Crick e Wilkins. Barriere strutturali: Per decenni alle donne fu precluso l’accesso a università, laboratori, fondi e posizioni accademiche. Meitner stessa lavorò per anni senza stipendio e dovette entrare dall’ingresso di servizio dell’Istituto di Chimica di Berlino. Narrazione distortA: La storia della scienza è stata spesso scritta come una sequenza di “grandi uomini”. Le poche donne ammesse nel pantheon (soprattutto Marie Curie) sono narrate come eccezioni geniali, quasi a giustificare la regola dell’esclusione. La situazione oggi: progressi e persistenti gap. Molto è cambiato, ma la strada per la piena parità è lunga. Le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni apicali della ricerca (il cosiddetto “soffitto di cristallo”), ricevono meno fondi e, spesso, il loro lavoro viene citato meno di quello dei colleghi uomini. Il bias inconscio, che porta a valutare diversamente un curriculum con un nome femminile, è un dato dimostrato. Perché è importante parlarne? Riscoprire figure come Lise Meitner non è un mero esercizio di “riparazione storica”. Significa: Restituire verità: La scienza progredisce sulla base del merito e del riconoscimento collettivo. Cancellare contributi ne offusca la storia reale. Ispirare le nuove generazioni: I modelli sono fondamentali. Sapere che donne straordinarie hanno plasmato la scienza incoraggia ragazze e ragazzi a immaginare un futuro senza stereotipi. Arricchire la scienza stessa: La diversità di prospettiva (di genere, ma non solo) è un potente motore di creatività e innovazione. Escludere talenti significa rallentare il progresso dell’umanità. Lise Meitner, alla quale non fu mai assegnato il Nobel, ricevette in tarda età altri riconoscimenti. L’elemento 109 della tavola periodica si chiama Meitnerio. Un simbolo appropriato: un elemento fondamentale, stabile e duraturo, che finalmente porta il suo nome nel cuore della materia che lei stessa contribuì a decifrare. La sua storia, e quella di tante altre, ci ricorda che per costruire una scienza davvero universale, è necessario prima scriverne una storia completa.