1941: l’Operazione Barbarossa e l’inizio della guerra a est

Il 22 giugno 1941 la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica. L’operazione aveva un nome: **Barbarossa**. Dopo la conquista della Polonia e la vittoria sull’Europa occidentale, Hitler apriva così il fronte più grande e sanguinoso della Seconda guerra mondiale. Ma Barbarossa non fu soltanto una gigantesca operazione militare. Fu una guerra concepita fin dall’inizio con obiettivi politici, ideologici e razziali: distruggere l’Unione Sovietica, eliminare il comunismo, conquistare territori per il *Lebensraum* tedesco e sfruttare le risorse dell’est. È questo il punto di partenza per capire ciò che accadde nei mesi successivi.

22 giugno 1941: scatta il piano Barbarossa
Alle prime ore del 22 giugno le forze tedesche attraversarono il confine sovietico lungo un fronte che andava dal Baltico al Mar Nero. La Germania e i suoi alleati misero in campo più di **3,5 milioni di uomini**. Tre grandi gruppi d’armate avanzarono contemporaneamente verso nord, centro e sud. L’obiettivo era distruggere rapidamente le principali forze dell’Armata Rossa nella parte occidentale dell’URSS e raggiungere una vittoria decisiva prima che la guerra potesse trasformarsi in un conflitto di lunga durata. Hitler riteneva che l’Unione Sovietica potesse essere sconfitta in pochi mesi. Ma c’era una differenza fondamentale rispetto alla campagna di Francia del 1940. **L’Unione Sovietica era immensamente più grande.** E soprattutto possedeva una profondità territoriale, demografica e industriale che la Germania avrebbe progressivamente scoperto di non poter eliminare con una sola campagna.

Una guerra preparata da tempo Barbarossa non fu improvvisata. Già nell’estate del 1940 Hitler aveva deciso di preparare l’attacco all’Unione Sovietica. Il 18 dicembre 1940 firmò la Direttiva n. 21, che fissava le linee fondamentali dell’Operazione Barbarossa. Anche sul piano industriale e militare la Germania si preparò. Nell’agosto 1940 fu elaborato il **Rüstungsprogramm B**, il programma di armamento destinato alla preparazione della guerra contro l’URSS. Prevedeva l’ampliamento dell’esercito e una forte concentrazione delle risorse sulla preparazione della campagna orientale. La Germania quindi non entrò in Russia impreparata. Al contrario, preparò per mesi uomini, armamenti, logistica e produzione industriale. Il problema sarebbe stato un altro: **la preparazione era adeguata a una guerra breve.** La guerra che si sarebbe sviluppata non sarebbe stata breve.

Le prime settimane: l’avanzata tedesca
L’attacco ebbe inizialmente un successo impressionante. Le formazioni corazzate tedesche penetrarono rapidamente in profondità nel territorio sovietico. A Bialystok-Minsk si formò una gigantesca sacca. Poi arrivò Smolensk. Milioni di soldati sovietici furono coinvolti negli accerchiamenti, mentre le forze tedesche avanzavano per centinaia di chilometri. Dopo appena poche settimane di combattimenti, Hitler e molti dei suoi comandanti erano convinti che la vittoria finale sull’URSS fosse vicina. Ma la realtà del fronte stava già mostrando qualcosa che la pianificazione tedesca aveva sottovalutato. L’Armata Rossa poteva perdere uomini, carri armati e territori enormi e continuare comunque a combattere.

Barbarossa come guerra di annientamento

C’è però un aspetto ancora più importante. Barbarossa fu concepita come una **guerra di annientamento**. Non si trattava soltanto di sconfiggere un esercito nemico. L’ideologia nazista prevedeva la distruzione dell’ordine politico sovietico e la trasformazione radicale dei territori conquistati. Il 6 giugno 1941 l’OKW emanò il cosiddetto **Ordine dei Commissari**, che prevedeva l’uccisione dei commissari politici sovietici catturati. Ma la sorte dei prigionieri sovietici mostra ancora più chiaramente la natura di questa guerra. Il trattamento dei prigionieri non fu semplicemente una conseguenza del caos provocato dagli enormi accerchiamenti. Fu oggetto di una precisa politica. Nel settembre 1941 l’ammiraglio Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, protestò contro le disposizioni dell’OKW relative ai prigionieri sovietici, richiamando i principi del diritto internazionale e della tradizione militare. Sulla sua protesta, il capo dell’OKW **Wilhelm Keitel** scrisse di suo pugno:
«Queste obiezioni derivano dal concetto militare di una guerra cavalleresca. Si tratta della distruzione di un'ideologia. Per questo approvo e sostengo queste misure.» La frase è documentata negli atti del processo di Norimberga. ([Avalon Project][1]) È una testimonianza particolarmente significativa.
Non descrive una crudeltà casuale o una semplice perdita di controllo degli eserciti durante una guerra gigantesca. Mostra invece che ai vertici dell'apparato militare tedesco esisteva una consapevole giustificazione ideologica del trattamento disumano dei prigionieri sovietici. Alle disposizioni sui prigionieri si aggiunsero le attività delle Einsatzgruppen, le esecuzioni di massa e una politica economica e alimentare che prevedeva lo sfruttamento sistematico dei territori occupati. Per questo oggi la campagna contro l'URSS viene definita dagli storici anche **guerra di annientamento**. Non fu quindi semplicemente una guerra fra due eserciti.
Fu una guerra nella quale l'ideologia nazista entrò fin dall'inizio nella pianificazione militare e nell'amministrazione dei territori conquistati.

Stalin sapeva dell'attacco?
Questa è una delle domande più interessanti. Per molto tempo la questione è stata semplificata nella formula:
**Stalin non sapeva che Hitler avrebbe attaccato.**
Ma non è così semplice. Le informazioni arrivavano da molte fonti: intelligence sovietica, agenti all'estero, osservazioni militari e diplomatiche, oltre agli avvertimenti provenienti da Londra e Washington. Il problema non era quindi la totale assenza di informazioni. Era **come quelle informazioni venivano interpretate**. Stalin temeva che alcune delle notizie ricevute fossero parte di una strategia britannica per provocare uno scontro tra Germania e URSS. La documentazione sull'intelligence mostra inoltre che le informazioni disponibili non erano tutte concordanti: alcune erano precise, altre imprecise o contraddittorie. ([Dipartimento di Storia][2]) Questo non elimina la responsabilità della leadership sovietica. Al contrario, rende il problema ancora più interessante. Stalin disponeva di molte informazioni, ma il suo giudizio politico e strategico lo portò a sottovalutare la possibilità che Hitler fosse davvero pronto ad attaccare in quel momento. La domanda storicamente più interessante non è quindi soltanto: **«Stalin sapeva?»** ma: **«Che cosa pensava di sapere Stalin e come interpretò ciò che gli veniva comunicato?»**

L'Italia entra nella guerra a est

La Germania non combatteva da sola. Anche l'Italia fascista volle partecipare alla campagna contro l'Unione Sovietica. Ma la decisione italiana presenta un aspetto particolare. **Hitler non aveva inizialmente bisogno dell'esercito italiano sul fronte orientale.** La Germania aveva preparato Barbarossa come una propria grande operazione militare e, secondo la ricostruzione di David Stahel, i tedeschi avevano segnalato che intendevano condurre la guerra contro l'URSS senza un significativo impiego delle forze italiane. Mussolini, al contrario, era determinato a non lasciare all'alleato tedesco l'esclusiva della guerra contro il comunismo e vedeva nella partecipazione anche una questione di prestigio e di posizione dell'Italia all'interno dell'Asse. ([Scribd][3]) Nel luglio 1941 partì quindi il **CSIR**, Corpo di spedizione italiano in Russia, inizialmente composto da circa 60.000 uomini. Il generale Giovanni Messe, comandante del corpo di spedizione, si trovò fin dall'inizio a fare i conti con il problema delle infrastrutture e con le difficoltà di impiegare in modo efficace truppe italiane in un teatro di guerra immenso. Messe avrebbe poi sintetizzato la situazione del CSIR come un compromesso fra **«aspirazione» e «capacità»**. ([Scribd][3]) Successivamente il contingente italiano fu enormemente ampliato e trasformato nell'**ARMIR**, arrivando a circa 230.000 uomini. La partecipazione italiana alla guerra a est fu quindi soprattutto una scelta politica e strategica del regime fascista, legata anche al desiderio di non apparire subordinato alla Germania. Non fu una necessità imposta dalla pianificazione militare tedesca.

Leningrado, Smolensk e Kiev
Nel corso dell'estate il fronte si allargò enormemente. A nord, le forze tedesche avanzarono verso Leningrado. Al centro, Smolensk divenne uno dei principali teatri della battaglia. A sud, l'obiettivo principale era l'Ucraina. Ed è proprio qui che si consumò una delle più grandi battaglie di accerchiamento della guerra.
**Kiev.**

Kiev 1941: una decisione militare fondamentale

Qui arriviamo a uno dei punti più controversi della campagna. Dopo le prime vittorie, Hitler e l'OKH discussero sulla direzione da imprimere all'offensiva. Il problema era Mosca. Il Gruppo d'armate Centro aveva davanti a sé la strada verso la capitale sovietica. Ma Hitler ritenne prioritario intervenire prima a sud e a nord. Una parte delle forze corazzate del Gruppo d'armate Centro venne quindi spostata verso sud per contribuire all'accerchiamento delle forze sovietiche nella regione di Kiev. La decisione comportò un ritardo nell'offensiva principale contro Mosca. Non è corretto però trasformare questa vicenda nella semplice formula: **Hitler fermò l'attacco a Mosca per alcuni giorni e per questo perse la guerra.** La realtà fu molto più complessa. La discussione fra Hitler e i suoi comandanti riguardava l'intero sistema degli obiettivi strategici: Mosca, Leningrado, Ucraina, Donbass e risorse economiche. La deviazione verso Kiev produsse comunque uno dei più grandi accerchiamenti della guerra.

La battaglia di Kiev
La battaglia si concluse nel settembre 1941. Il 19 settembre le forze tedesche entrarono in città. Nel corso dell'operazione le fonti tedesche riportarono **665.212 prigionieri sovietici**. È importante sottolineare che si tratta di prigionieri catturati, non del totale delle perdite sovietiche. Le fonti sovietiche e post-sovietiche utilizzano infatti criteri diversi per calcolare le perdite, comprendendo morti, dispersi, feriti e prigionieri. La cifra di 665.212 va quindi letta per quello che è: **un dato relativo ai prigionieri registrati nelle fonti tedesche, non il bilancio complessivo della battaglia.**

Kiev: la guerra contro i civili
La conquista di Kiev aprì immediatamente una nuova fase. Durante i primi giorni dell'occupazione si verificarono due grandi esplosioni nel centro della città. Le mine erano state lasciate dalle forze sovietiche in ritirata e provocarono la distruzione del quartier generale tedesco e di parti del centro cittadino. I tedeschi utilizzarono il sabotaggio come **pretesto** per colpire la popolazione ebraica rimasta in città. Il 29 e 30 settembre 1941, a Babyn Yar, le SS, la polizia tedesca e le unità ausiliarie massacrarono **33.771 ebrei**, secondo il rapporto degli Einsatzgruppen. Le uccisioni continuarono nei due anni successivi. Complessivamente, a Babyn Yar furono assassinate circa **100.000 persone**, tra ebrei e altre vittime dell'occupazione nazista. Questo episodio rende ancora più evidente perché Barbarossa non possa essere raccontata soltanto come una sequenza di battaglie.

Kiev: ieri e oggi

Nel 1941 Kiev era la capitale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. L'Armata Rossa era un esercito composto da uomini provenienti da diverse repubbliche dell'Unione Sovietica. Tra loro c'erano russi, ucraini, bielorussi e uomini di molte altre nazionalità. Nel dopoguerra la memoria sovietica avrebbe trasformato la difesa di Kiev in uno dei simboli dell'eroismo comune dei popoli dell'URSS. Nel 1965 Kiev ricevette il titolo di **Città Eroina**. E qui arriviamo al nostro presente. Oggi Kiev è la capitale di uno **Stato indipendente, l'Ucraina**, non di una repubblica dell'URSS. Russia e Ucraina sono oggi due Stati distinti e sono in guerra. Il confronto con il 1941 deve però essere maneggiato con attenzione. **Le due guerre non sono la stessa guerra.** Nel 1941 Kiev apparteneva all'Unione Sovietica e l'Armata Rossa combatteva contro l'invasione tedesca di uno Stato di cui Kiev faceva parte. Oggi Kiev è la capitale di uno Stato sovrano, l'Ucraina, che dal 2022 combatte contro l'invasione russa. Il confronto non serve quindi a stabilire un'equivalenza fra le due situazioni. Serve a mostrare quanto possa cambiare il significato storico di una stessa città.

Una nota personale
Nel 1941, davanti a Kiev, combattevano insieme soldati russi, ucraini, bielorussi e di molte altre nazionalità dell'Unione Sovietica. Oggi Kiev è la capitale di uno Stato indipendente, l'Ucraina, e la Russia e l'Ucraina sono in guerra tra loro. Chi scrive non può fare a meno di notare che due popoli con radici storiche, linguistiche e religiose profondamente intrecciate si trovano oggi su fronti opposti. Ma questa osservazione non spiega la guerra. La guerra ha cause politiche precise, decisioni precise, responsabilità precise. La storia non si ripete, e nemmeno le metafore familiari bastano a raccontarla.

Mosca: la strada verso la capitale
Dopo Kiev, la strada verso Mosca sembrava nuovamente aperta. Ma il tempo era passato. La deviazione delle forze tedesche verso sud aveva contribuito a ritardare l'offensiva principale contro la capitale. Nel frattempo l'Unione Sovietica continuava a mobilitare uomini e a trasferire industrie verso est. Il problema tedesco diventava sempre più evidente: **ogni chilometro conquistato aumentava le distanze logistiche.** Ogni battaglia distruggeva uomini e mezzi che non potevano essere sostituiti con la stessa rapidità. La Germania aveva preparato una guerra breve. La guerra stava diventando lunga.

Mosca: quando la Blitzkrieg si ferma Nell'autunno 1941 iniziò l'offensiva tedesca contro Mosca. In un primo momento la Wehrmacht ottenne ancora importanti successi. Poi arrivarono il fango, le difficoltà logistiche, l'usura dei mezzi e infine l'inverno. All'inizio di dicembre l'avanzata tedesca si arrestò. Il 5 dicembre l'Armata Rossa lanciò una grande controffensiva davanti a Mosca. Per la prima volta la Wehrmacht subiva una battuta d'arresto strategica di enorme importanza. La guerra lampo era finita. Non significava ancora la sconfitta della Germania. Ma significava che il piano con cui Hitler aveva iniziato la guerra contro l'URSS **non aveva raggiunto il suo obiettivo**.

Novosti 1978 e RIA/Novosti oggi: una stessa struttura narrativa?
Ed eccoci al cuore del nostro *Ieri e oggi*. Il confronto fra il volume **Novosti del 1978** e i materiali **RIA/Novosti contemporanei** permette di osservare qualcosa di più interessante di una semplice differenza fra passato e presente. In entrambi compare infatti una struttura narrativa ricorrente: **le informazioni sull'attacco tedesco esistevano, ma furono sottovalutate o interpretate male.** Nel materiale contemporaneo RIA/Novosti questa impostazione appare, per esempio, in titoli dedicati ai documenti desecretati sui primi giorni della guerra e alla questione delle informazioni ricevute dai comandanti sovietici. Il punto centrale diventa quindi la distanza fra ciò che era stato segnalato e ciò che la leadership sovietica aveva ritenuto realmente credibile. Questa chiave di lettura ha una lunga storia nella storiografia sovietica e russa. Ma bisogna evitare una conclusione troppo semplice. Dire che **«le informazioni c'erano»** non significa che tutte le informazioni fossero corrette. La documentazione mostra infatti che i rapporti dell'intelligence erano numerosi ma non sempre concordanti. Alcuni indicavano con precisione la preparazione tedesca, altri fornivano date diverse, altri ancora potevano essere interpretati come tentativi di disinformazione. È proprio questa contraddizione a rendere il problema storico interessante. Novosti e RIA/Novosti possono quindi condividere una stessa struttura interpretativa, ma ciò non significa che ogni loro documento o ricostruzione dica esattamente la stessa cosa. Ed è qui che il confronto fra **1978 e oggi** diventa davvero utile. Non dobbiamo chiederci soltanto:
**«È propaganda?»**
Dobbiamo chiederci:
**«Quale interpretazione della catastrofe del 1941 costruisce questa fonte?»**
E ancora:
**«Quali responsabilità mette in primo piano e quali lascia sullo sfondo?»**
È una differenza fondamentale. Una fonte storica non è interessante soltanto per ciò che racconta. È interessante anche per **il modo in cui sceglie di raccontarlo**. # Una guerra che Hitler pensava di poter vincere rapidamente Alla fine del 1941 il bilancio era paradossale. La Germania aveva conquistato territori immensi. Aveva distrutto o catturato enormi forze sovietiche. Era arrivata a poche decine di chilometri da Mosca. Eppure non aveva ottenuto ciò che voleva. L'Unione Sovietica non era crollata. Le sue industrie venivano trasferite verso est. Il suo esercito continuava a ricostituirsi. E la guerra diventava sempre più una guerra di logoramento. Barbarossa non era stata una semplice sconfitta militare tedesca.
Era stato il fallimento di una previsione:
**l'idea che l'Unione Sovietica potesse essere distrutta prima che le sue dimensioni, le sue risorse e la sua capacità di mobilitazione trasformassero la guerra in qualcosa che la Germania non poteva più controllare.**

Ieri e oggi
Il 22 giugno 1941 sembrava l'inizio della vittoria tedesca. Sei mesi dopo, davanti a Mosca, quella certezza era scomparsa. Ma per capire il significato di quei sei mesi non basta guardare le mappe militari. Bisogna leggere anche le fonti. La Novosti racconta la guerra attraverso la memoria sovietica. RIA/Novosti oggi recupera documenti e testimonianze attraverso una nuova selezione. La storiografia contemporanea dispone di archivi, documenti militari, rapporti dell'intelligence, testimonianze e fonti provenienti da Paesi diversi. Nessuna di queste prospettive, presa da sola, esaurisce la storia. **Ieri non sapevamo meno. Sapevamo cose diverse.** E oggi possiamo tornare su quelle pagine con una domanda in più: **non soltanto che cosa raccontavano, ma perché lo raccontavano proprio in quel modo.**