Papa Pio XII durante la guerra
Pio XII: l'enigma del silenzio
Il Papa, la Germania nazista e una domanda che gli archivi hanno cambiatoNel vecchio volume *I grandi enigmi della storia*, la vicenda di Pio XII viene presentata soprattutto come un mistero. Eugenio Pacelli conosceva bene la Germania. Vi aveva trascorso molti anni come diplomatico della Santa Sede ed era stato nunzio apostolico. Nel 1939, dopo l'elezione a pontefice, divenne Pio XII. Il libro si pone una domanda semplice e drammatica: **quanto sapeva il Papa delle persecuzioni naziste e dello sterminio degli ebrei? E perché, se sapeva, non denunciò pubblicamente il regime con maggiore forza?** È una domanda che, nel tempo, è diventata ancora più complessa. L'apertura degli archivi relativi al pontificato di Pio XII nel 2020 ha infatti messo a disposizione degli studiosi una quantità molto più ampia di documenti. E alcune carte emerse negli ultimi anni hanno aggiunto elementi che il vecchio libro non poteva conoscere.
Eugenio Pacelli e la Germania
Prima ancora di diventare Papa, Pacelli aveva avuto un rapporto molto stretto con la Germania. Era stato nunzio apostolico a Monaco e poi a Berlino e conosceva direttamente la società, la politica e gli ambienti ecclesiastici tedeschi. Nel 1933, quando Adolf Hitler arrivò al potere, Pacelli era Segretario di Stato di Pio XI. In quello stesso anno fu negoziato il **Concordato tra la Santa Sede e il Reich tedesco**, firmato il 20 luglio 1933. Pacelli fu uno dei principali artefici dell'accordo. Il Concordato doveva garantire uno spazio giuridico alla Chiesa cattolica tedesca e tutelarne le attività. Allo stesso tempo, però, rappresentò anche un importante successo diplomatico per il nuovo regime nazista. Questo elemento è importante per comprendere la vicenda senza trasformarlo automaticamente in un'accusa di simpatia per il nazismo. Pacelli era soprattutto un diplomatico e riteneva che anche con un regime ostile fosse possibile utilizzare accordi formali per difendere gli interessi della Chiesa.
La Germania nazista e la Chiesa
Il rapporto tra il regime nazista e la Chiesa cattolica fu tutt'altro che semplice. Il nazismo cercò progressivamente di limitare le organizzazioni cattoliche, l'attività educativa e l'influenza della Chiesa nella società tedesca. Nel 1937 Pio XI pubblicò l'enciclica **Mit brennender Sorge**, una dura condanna di aspetti fondamentali dell'ideologia nazista e della sua politica nei confronti della Chiesa. Pacelli, allora Segretario di Stato, ebbe un ruolo importante nella preparazione dell'enciclica. Il quadro che emerge, quindi, non è quello di una Chiesa semplicemente alleata del regime. Ma neppure quello di una contrapposizione sempre aperta e senza compromessi. La diplomazia vaticana continuò a cercare spazi di intervento anche attraverso i rapporti con le autorità tedesche.
1939: Pacelli diventa Pio XII
Il 2 marzo 1939 Eugenio Pacelli venne eletto Papa. Pochi mesi dopo, il 1° settembre, la Germania invase la Polonia. Cominciava la Seconda guerra mondiale. Il Vaticano si trovò in una posizione particolare: non possedeva un esercito e non poteva intervenire militarmente, ma disponeva di una vasta rete diplomatica ed ecclesiastica. A Roma arrivavano informazioni provenienti dai rappresentanti pontifici, dai vescovi, dai sacerdoti, dai diplomatici e da persone che riuscivano a fuggire dai territori occupati. La Santa Sede divenne così anche un importante punto di raccolta di informazioni sulla guerra e sulle persecuzioni.
Il problema della Polonia
La Polonia fu uno dei primi territori nei quali la persecuzione nazista assunse dimensioni drammatiche. Il Vaticano ricevette informazioni sulla repressione contro la popolazione polacca e contro il clero cattolico. Il vecchio libro sottolinea proprio questo aspetto: Pio XII e la diplomazia vaticana disponevano di informazioni sempre più numerose sulle violenze commesse nei territori occupati. Ma durante la guerra le informazioni non arrivavano sempre direttamente. Spesso erano rapporti diplomatici, testimonianze, lettere o comunicazioni provenienti da persone che si trovavano a grande distanza dagli avvenimenti. La questione della loro attendibilità e della possibilità di verificarle diventò quindi fondamentale.
Il 1942: il Papa parla
Ed è qui che la parola **"silenzio"** deve essere usata con cautela. Pio XII non rimase completamente in silenzio. Nel radiomessaggio di Natale del 24 dicembre 1942 pronunciò queste parole:
«centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento».
Il riferimento alla persecuzione era evidente, ma Pio XII **non nominò esplicitamente gli ebrei e non nominò il regime nazista**. Ed è proprio questo uno dei punti centrali del dibattito storico. La domanda non è quindi semplicemente:
**Perché Pio XII tacque?**
Una domanda più precisa è:
**Perché scelse di parlare dello sterminio in una forma così indiretta?**
Una testimonianza americana: Harold Tittmann
Un documento particolarmente interessante riguarda l'inviato americano presso il Vaticano, **Harold Tittmann**. Nel rapporto relativo a un colloquio con Pio XII del dicembre 1942, Tittmann riferì le spiegazioni ricevute dal Papa riguardo alla difficoltà di denunciare pubblicamente le atrocità naziste. Secondo il diplomatico americano, Pio XII riteneva che alcune notizie sulle atrocità potessero essere state esagerate per motivi propagandistici e temeva inoltre che una condanna esplicita dei crimini nazisti avrebbe comportato anche il problema di denunciare i crimini sovietici. È una testimonianza importante perché entra direttamente nella domanda **perché Pio XII non parlò in modo più esplicito**. Ma bisogna ricordare che non possediamo una registrazione della conversazione. Quello di Tittmann è il rapporto di un diplomatico che ricostruisce ciò che aveva ascoltato. Come per molte altre fonti della storia della guerra, occorre quindi distinguere tra il documento e l'interpretazione che ne viene fatta.
Una nuova lettera dagli archivi
Ed è qui che gli archivi aperti nel 2020 hanno modificato sensibilmente il quadro. Nel 2023 è emersa una lettera del gesuita tedesco **Lothar König**, datata 14 dicembre 1942 e indirizzata a **Robert Leiber**, segretario personale di Pio XII. La lettera contiene informazioni molto dettagliate sulle uccisioni di massa e cita esplicitamente **Auschwitz** e **Belzec**. È un documento importante perché dimostra che informazioni estremamente precise sullo sterminio erano già arrivate ai vertici della Segreteria di Stato vaticana nel 1942. Ma bisogna fare una distinzione. La lettera era indirizzata a Leiber: **non dimostra da sola che Pio XII l'abbia personalmente letta**. Il documento rafforza quindi la ricostruzione secondo cui informazioni sull'Olocausto arrivavano alla Segreteria di Stato, ma non permette, da solo, di stabilire esattamente che cosa il Papa avesse personalmente letto e quando. È una differenza piccola solo apparentemente. Per uno storico è fondamentale.
Il cosiddetto "protocollo di Auschwitz"
Un'altra fonte importante è il cosiddetto **Protocollo di Auschwitz**, costituito dalle testimonianze di Rudolf Vrba, Alfred Wetzler e di altri fuggitivi dal campo. Il rapporto conteneva informazioni estremamente dettagliate sul funzionamento del campo, sulle deportazioni e sulle uccisioni. Informazioni provenienti dalla resistenza ebraica arrivarono anche alla rete diplomatica vaticana. A questo punto la questione della conoscenza dello sterminio diventa sempre meno riconducibile alla semplice domanda: *il Vaticano sapeva oppure no?* Il problema diventa piuttosto:
**quali informazioni erano disponibili, quando arrivarono, chi le ricevette, quanto vennero considerate attendibili e quali decisioni furono prese sulla loro base?**
Il dilemma della denuncia pubblica
Il vecchio libro interpreta il comportamento di Pio XII soprattutto attraverso il dilemma tra denuncia pubblica e prudenza diplomatica. Secondo questa interpretazione, il Papa avrebbe temuto che una condanna esplicita del nazismo potesse provocare conseguenze ancora più gravi per i perseguitati e per la Chiesa cattolica nei territori controllati dalla Germania. La Santa Sede avrebbe quindi privilegiato, almeno in parte, interventi riservati. Questa interpretazione non risolve il problema. Perché rimane la domanda:
**una denuncia pubblica più esplicita avrebbe potuto salvare più persone oppure avrebbe provocato una repressione ancora maggiore?** Non esiste una risposta sperimentale a questa domanda. Possiamo studiare i documenti, confrontare le decisioni e ricostruire ciò che accadde. Non possiamo sapere con certezza che cosa sarebbe successo se Pio XII avesse scelto una strada diversa.
Dal "silenzio" all'azione concreta
La ricerca più recente ha inoltre spostato l'attenzione su un'altra questione.
Non soltanto:
**che cosa disse Pio XII?**
Ma anche:
**che cosa fece?** La documentazione relativa agli interventi della Chiesa a favore degli ebrei perseguitati è molto ampia. Conventi, monasteri, istituzioni religiose e altre strutture ecclesiastiche furono utilizzati in diversi casi come luoghi di rifugio. Lo storico Michael Feldkamp, sulla base delle sue ricerche negli archivi vaticani, ha proposto una stima di circa **15.000 ebrei** che Pio XII avrebbe contribuito personalmente a salvare attraverso questa rete di interventi. Si tratta però di una **stima dello studioso**, non di un dato universalmente accettato dalla storiografia. Questo elemento modifica il quadro del vecchio libro. Non significa che il problema della denuncia pubblica scompaia. Significa che non è più corretto ridurre la vicenda alla contrapposizione tra **silenzio e inazione**. Esiste anche un'altra dimensione:
**silenzio pubblico e interventi riservati.**
Le carte personali di Pacelli
Un'altra parte del vecchio racconto riguarda i presunti "quaderni segreti" di Eugenio Pacelli. Qui la ricerca recente suggerisce molta prudenza. Le carte personali di Pacelli esistono e sono conservate nell'**Archivio Apostolico Vaticano**. Nel 2023 Giovanni Coco ha pubblicato un inventario delle cosiddette *Carte di Pio XII*, che comprende anche le **Carte della Scrivania**, con documenti relativi ai diversi periodi della vita diplomatica ed ecclesiastica di Pacelli. È quindi più corretto parlare di **carte personali, appunti, corrispondenza e documentazione preparatoria** piuttosto che di un misterioso diario quotidiano segreto scomparso. Il vecchio libro trasformava questa documentazione in uno degli elementi dell'enigma. Gli archivi aperti agli studiosi permettono oggi di affrontare la questione su basi documentarie molto più ampie.
Il testo scritto sul retro di una busta
C'è però un documento personale di Pio XII che è autentico. Si tratta del suo testamento spirituale, scritto sul retro di una busta. Il testo comincia con le parole del Salmo 51: > «Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam». Pio XII vi riconosce la propria insufficienza e parla anche delle proprie «manchevolezze» e dei propri «errori». Ma sarebbe sbagliato trasformare queste parole in una confessione politica sul comportamento tenuto durante la guerra. È innanzitutto un **testamento spirituale**, nel quale il Papa si presenta davanti a Dio come uomo consapevole dei propri limiti e dei propri peccati. Il vecchio libro lo interpreta invece come possibile indizio di una consapevolezza personale più specifica. Anche qui, dunque, la distinzione tra **documento** e **interpretazione del documento** è essenziale.
Che cosa è cambiato?
Il vecchio libro poneva una domanda semplice e drammatica:
**Pio XII sapeva?**
Gli archivi hanno reso la risposta molto più complessa. Sappiamo oggi che la Santa Sede disponeva durante la guerra di una grande quantità di informazioni sulle persecuzioni, sulle deportazioni e sulle uccisioni degli ebrei europei. Sappiamo inoltre che nel dicembre 1942 una lettera indirizzata al segretario personale di Pio XII conteneva informazioni estremamente precise su Auschwitz e Belzec. E sappiamo che lo stesso Pio XII, nel Natale del 1942, parlò pubblicamente di centinaia di migliaia di persone destinate alla morte per motivi legati alla nazionalità o alla stirpe. Ma non nominò esplicitamente gli ebrei. Parallelamente, la documentazione mostra l'esistenza di numerosi interventi della rete ecclesiastica in favore delle persone perseguitate.
Una fonte che viene da Mosca
C'è un altro elemento che merita di essere aggiunto a questo confronto: ciò che racconta oggi l'agenzia russa RIA Novosti sulla vicenda di Pio XII.
Tra gli articoli pubblicati negli anni dell'apertura degli archivi vaticani troviamo titoli come “Hubert Wolf: papa Pio XII riceveva informazioni dettagliate sull'Olocausto” e “Il Vaticano apre gli archivi dell'epoca del controverso pontificato di Pio XII”.
L'intervista a Hubert Wolf è particolarmente interessante perché lo storico tedesco, che nel marzo 2020 aveva potuto lavorare direttamente nei nuovi archivi, indicava proprio nell'Olocausto uno dei principali interrogativi della ricerca: che cosa sapeva Pio XII, quando lo seppe, se credette alle informazioni ricevute e perché nel messaggio di Natale del 1942 utilizzò una formulazione così poco esplicita.
RIA Novosti riportava inoltre che negli archivi esistevano migliaia di documenti relativi alle richieste di aiuto degli ebrei perseguitati e alle persone nascoste in monasteri e seminari. Lo stesso Wolf sottolineava quindi la necessità di studiare contemporaneamente due livelli di documentazione: da una parte ciò che il Vaticano sapeva dello sterminio, dall'altra ciò che la Chiesa fece concretamente per aiutare le persone perseguitate.
Un altro articolo di RIA Novosti, pubblicato all'apertura degli archivi, insisteva invece sul carattere controverso del pontificato di Pio XII e sulla possibilità che i nuovi documenti permettessero finalmente di verificare le diverse interpretazioni costruite nel corso dei decenni.
È interessante osservare che questa prospettiva non coincide necessariamente con quella del vecchio libro che abbiamo utilizzato come fonte di “ieri”.
Ma proprio per questo è utile. Ieri abbiamo una pubblicazione che interpreta Pio XII soprattutto attraverso il problema del suo silenzio.
Oggi abbiamo gli archivi, gli studi degli storici e anche modi diversi di raccontare quegli stessi documenti. E tra questi c'è anche la prospettiva della Russia contemporanea, che tende a sottolineare sia le informazioni di cui disponeva il Vaticano sia il problema della mancata condanna pubblica del nazismo. Questo non significa che la narrazione di RIA Novosti debba essere considerata automaticamente più attendibile o meno attendibile. È semplicemente un'altra fonte da mettere sul tavolo. Ed è proprio questo che rende interessante il confronto tra le fonti.
Ieri e oggi
A questo punto possiamo provare a riassumere ciò che è cambiato.
**Confermato:** la Santa Sede riceveva durante la guerra numerose informazioni sulle persecuzioni e sulle deportazioni.
**Rafforzato dalla nuova documentazione:** entro il dicembre 1942 informazioni molto dettagliate sullo sterminio erano arrivate ai vertici della Segreteria di Stato.
**Ridimensionato:** l'immagine di un Vaticano completamente privo di informazioni sull'Olocausto.
**Aggiunto alla ricostruzione:** la documentazione relativa agli interventi concreti compiuti attraverso la rete ecclesiastica a favore degli ebrei perseguitati.
**Ancora da approfondire:** quanto delle informazioni disponibili arrivò personalmente a Pio XII, quali documenti lesse direttamente e come influirono sulle sue decisioni.
**Ancora aperto:** perché Pio XII scelse una denuncia pubblica così indiretta e quale rapporto ritenesse esistesse tra una condanna pubblica del nazismo e la possibilità di intervenire concretamente per salvare i perseguitati.
L'enigma non è scomparso
Forse è proprio questo il risultato più interessante dell'apertura degli archivi. Gli archivi non hanno semplicemente fornito una risposta all'enigma.
**Hanno cambiato la domanda.**
Ieri cercavamo soprattutto di capire se Pio XII sapesse.
Oggi possiamo porci domande più precise:
**Che cosa sapeva?**
**Quando lo seppe?**
**Chi glielo comunicò?**
**Quali informazioni considerò attendibili?**
**Quali decisioni prese?**
**Perché scelse alcune volte la parola pubblica e altre volte la diplomazia riservata?**
Sono domande diverse da quelle che poteva porsi un lettore del vecchio volume. Ed è proprio questo il senso di *Ieri e oggi*. Non stabilire semplicemente chi avesse ragione ieri o chi abbia ragione oggi. Ma osservare come nuove fonti, nuovi documenti e nuovi studi possano modificare il modo in cui guardiamo un avvenimento del passato.
Il passato non cambia. **Cambia, nel tempo, la nostra capacità di guardarlo.**