Stalingrado: la battaglia che cambiò la guerra

Il punto di svolta sul fronte orientale
La battaglia di Stalingrado è uno degli eventi più conosciuti della Seconda guerra mondiale. Ma proprio perché è diventata un mito, vale la pena fermarsi e guardarla da più vicino. Non fu soltanto una battaglia combattuta dentro una città distrutta. Fu una gigantesca operazione militare che coinvolse tedeschi, sovietici e numerosi eserciti alleati della Germania. Durò **200 giorni e 200 notti**, dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943, e si sviluppò su un'area enorme, molto più vasta della sola città di Stalingrado. E soprattutto segnò un cambiamento fondamentale: dopo Stalingrado, la Germania nazista non riuscì più a recuperare sul fronte orientale l'iniziativa strategica che aveva avuto fino ad allora.

Il nuovo obiettivo di Hitler
Nell'estate del 1942 Hitler decise di riprendere l'offensiva a est. L'obiettivo non era più soltanto Mosca. La Germania puntava verso sud, verso il Caucaso e i suoi giacimenti petroliferi. Il piano prevedeva una grande avanzata attraverso le steppe meridionali, mentre una parte delle forze tedesche avrebbe raggiunto il Volga. Stalingrado, inizialmente, non era necessariamente il cuore dell'intera operazione. Ma la città portava un nome che aveva un enorme valore politico e simbolico: quello di Stalin. E il Volga era una delle principali arterie di comunicazione dell'Unione Sovietica. La conquista di Stalingrado avrebbe quindi avuto contemporaneamente un valore militare, economico e propagandistico.

Stalingrado diventa il simbolo
Tra agosto e settembre 1942 la battaglia entrò in una fase completamente nuova. La Luftwaffe bombardò pesantemente la città. Gli edifici furono trasformati in macerie. E proprio quelle macerie divennero un ostacolo formidabile per l'esercito tedesco. I carri armati persero gran parte della loro efficacia. Le distanze si ridussero. Ogni edificio, ogni strada, ogni fabbrica poteva diventare una posizione difensiva. La guerra di movimento si trasformò in una guerra di pochi metri.

«Non un passo indietro»
La difesa sovietica fu durissima. Il famoso Ordine n. 227, emanato il 28 luglio 1942, impose il principio del **«Non un passo indietro!»**. Ma ridurre la resistenza sovietica a un semplice effetto della repressione sarebbe altrettanto sbagliato. Nella città combatterono unità dell'Armata Rossa, lavoratori, civili e reparti provenienti da diverse regioni dell'Unione Sovietica. La difesa di Stalingrado divenne una guerra di sopravvivenza. E mentre i tedeschi continuavano ad avanzare dentro la città, qualcosa di decisivo stava accadendo molto più lontano.

Una guerra dentro le macerie
La battaglia urbana raggiunse una ferocia straordinaria. Fabbriche come la Barrikady e la Krasnyj Oktjabr diventarono fortificazioni. Le truppe sovietiche cercavano di mantenere piccoli corridoi verso il Volga, permettendo il continuo afflusso di uomini e rifornimenti. I tedeschi conquistavano edifici che spesso, poche ore dopo, venivano riconquistati dai sovietici. Era una guerra nella quale la superiorità tecnica tedesca diventava molto meno decisiva. Ma la vera svolta non sarebbe arrivata dentro Stalingrado. Sarebbe arrivata **sui suoi fianchi**.

La trappola
La Germania aveva concentrato una parte enorme delle proprie forze nella zona di Stalingrado. Ma per proteggere i lunghi fianchi dell'avanzata erano state impiegate soprattutto forze degli eserciti alleati dell'Asse. A nord e a sud della 6ª Armata tedesca si trovavano in particolare la **3ª e la 4ª Armata rumena**. Più a ovest erano schierate le forze ungheresi e italiane. Il problema era evidente: questi eserciti disponevano di armamenti anticarro e mezzi corazzati molto inferiori a quelli tedeschi. Il 19 novembre 1942 l'Armata Rossa lanciò l'**Operazione Urano**. Il colpo principale non fu sferrato frontalmente contro Stalingrado. I sovietici attaccarono i fianchi. Le difese rumene cedettero rapidamente. Le forze corazzate sovietiche avanzarono verso sud e verso nord, mentre altre unità procedevano in direzione opposta. Il 23 novembre le due tenaglie si chiusero. Dentro la sacca rimasero la 6ª Armata tedesca e numerose altre unità dell'Asse. La trappola era scattata. Le perdite rumene furono enormi. Ma la tragedia non riguardò soltanto la Romania.

Anche l'Italia viene travolta
L'Italia aveva inviato in Unione Sovietica una grande forza militare. L'ARMIR, l'8ª Armata italiana in Russia, arrivò a circa **220.000 uomini**. Gli italiani non erano però schierati direttamente sui fianchi della 6ª Armata nel momento in cui iniziò Urano. Il loro dramma sarebbe arrivato poco dopo. Le offensive sovietiche di dicembre e gennaio sfondarono il fronte del Don e costrinsero l'ARMIR a una ritirata disastrosa. Il Corpo d'Armata Alpino, schierato sul Don, rimase isolato. La ritirata si trasformò in una marcia attraverso la neve e il gelo. Dei circa **61.000 uomini del Corpo d'Armata Alpino** che lasciarono le posizioni sul Don, soltanto **13.420 riuscirono a uscire dalla sacca**, secondo una ricostruzione basata sulle fonti militari italiane. La tragedia italiana fu enorme: per l'ARMIR si contarono circa **84.830 uomini mancanti all'appello** al momento del rientro dei superstiti. La memoria italiana avrebbe conservato soprattutto immagini come Nikolajewka, la ritirata, il gelo, la solidarietà tra i soldati. Sono immagini reali. Ma c'è un'altra parte della storia che non dovrebbe essere dimenticata: quei soldati facevano parte dell'esercito di un'Italia fascista che aveva scelto di partecipare all'invasione dell'Unione Sovietica. È proprio qui che **memoria e storia cominciano a divergere**.

Paulus e la resa
Dentro la sacca, Hitler ordinò alla 6ª Armata di resistere. La Luftwaffe avrebbe dovuto rifornirla dall'aria. Era un'impresa praticamente impossibile. I rifornimenti non erano sufficienti. Le condizioni meteorologiche erano terribili. I soldati erano affamati, feriti, congelati. E l'Armata Rossa continuava a restringere la sacca. Hitler rifiutò più volte l'idea di una ritirata. Il 30 gennaio 1943 promosse Friedrich Paulus a **feldmaresciallo**. Il giorno dopo Paulus si arrese. Il 2 febbraio cessarono gli ultimi combattimenti. Alla fine furono catturati circa **91.000 militari tedeschi**. Solo una piccola parte di questi prigionieri sarebbe tornata in Germania dopo la guerra.

Quanto costò Stalingrado?
I numeri delle perdite sono impressionanti e non completamente uniformi tra le diverse storiografie. Le stime complessive per le forze dell'Asse nell'intero teatro della battaglia e delle operazioni collegate arrivano fino a circa **1,5 milioni di perdite**, comprendendo tedeschi e alleati e comprendendo morti, feriti, dispersi e prigionieri. Anche le perdite sovietiche furono enormi. Le stime ufficiali russe riportano circa **480.000 morti e oltre 500.000 feriti**. Questo è importante. Stalingrado non fu una vittoria ottenuta a basso prezzo. Fu una delle più grandi carneficine della Seconda guerra mondiale. E proprio per questo il suo significato storico non può essere ridotto soltanto all'immagine della vittoria.

Stalingrado fu davvero il punto di svolta?
Sì, ma con una precisazione. Stalingrado non distrusse da sola la potenza militare tedesca. La guerra sarebbe durata ancora più di due anni. Ma dopo Stalingrado la Germania non riuscì più a riconquistare stabilmente l'iniziativa strategica sul fronte orientale. Nel 1943 Hitler avrebbe tentato una nuova grande offensiva a Kursk. Sarebbe stata l'ultima grande offensiva strategica tedesca sul fronte orientale. Da quel momento l'Armata Rossa avrebbe progressivamente spinto la Wehrmacht verso occidente. Stalingrado fu quindi un **punto di svolta**, ma non un singolo istante magico nel quale la guerra cambiò automaticamente direzione. Fu il risultato di una lunga sequenza di errori strategici tedeschi, capacità sovietiche di adattamento, enormi sacrifici e disponibilità crescente di uomini e mezzi.

Ieri e oggi: la stessa battaglia raccontata diversamente
Qui il confronto tra le fonti diventa particolarmente interessante. Novosti, ieri
Il racconto sovietico del 1978 presenta Stalingrado soprattutto come una grande epopea collettiva. La resistenza. Il sacrificio. La capacità dell'Armata Rossa di sopportare condizioni estreme. La vittoria. È un racconto costruito intorno a una struttura molto chiara: **resistenza → sacrificio → vittoria.** Ed è comprensibile che fosse così: il libro appartiene alla cultura storica sovietica della memoria della Grande guerra patriottica. Ma proprio per questo lascia in secondo piano altri aspetti: gli errori sovietici, il costo umano della vittoria, le repressioni e le contraddizioni del sistema.

Montanelli
Il materiale di Montanelli offre uno sguardo diverso. L'attenzione è maggiormente concentrata sulla crisi dell'esercito tedesco, sulle decisioni di Hitler, sull'isolamento della 6ª Armata e sulla vicenda di Paulus. È un racconto più legato alla crisi militare e politica tedesca. Non è quindi semplicemente una versione "più vera" di Novosti. È un'altra prospettiva.

La Novosti di oggi
La RIA/Novosti contemporanea conserva molti elementi della narrazione tradizionale: il sacrificio, la resistenza, la vittoria sovietica. Ma utilizza anche documenti recentemente pubblicati, testimonianze e ricostruzioni più dettagliate delle singole operazioni. Il racconto diventa quindi più documentario. E tuttavia la struttura di fondo rimane sorprendentemente simile. **La vittoria di Stalingrado continua a essere uno dei pilastri della memoria nazionale russa.**

Quando la storia diventa memoria politica
Ed è qui che il confronto tra **ieri e oggi** diventa ancora più interessante. Stalingrado non appartiene soltanto al passato. Nella Russia contemporanea è diventata anche uno dei simboli fondamentali dell'identità nazionale. Nel 2010 il centro russo VCIOM rilevava che il 68% degli intervistati considerava la battaglia di Stalingrado l'evento più importante della Grande guerra patriottica. La memoria di Stalin, inoltre, è cambiata profondamente. Secondo il centro Levada, l'atteggiamento positivo verso Stalin ha raggiunto nel 2023 il 63%, il livello massimo registrato dalla serie iniziata nel 2001. Anche la presenza fisica di Stalin nello spazio pubblico è aumentata. Nel 2024 erano presenti in Russia oltre 100 monumenti a Stalin, la maggior parte eretti durante gli anni del governo Putin. E c'è un particolare quasi emblematico. Volgograd non è stato ufficialmente rinominato Stalingrado. Ma le autorità cittadine hanno stabilito che il nome **Stalingrado venga ripristinato simbolicamente nove volte all'anno**, sostituendo temporaneamente anche i cartelli stradali. Nel 2025, inoltre, Putin ha dato all'aeroporto di Volgograd il nome di **Stalingrad Airport**. Stalingrado è stata utilizzata anche nel discorso politico relativo alla guerra in Ucraina, creando un parallelo tra la lotta contro la Germania nazista del 1942-43 e il conflitto contemporaneo. Questo non significa che ogni russo che ricorda Stalingrado stia facendo propaganda politica. Significa qualcosa di più sottile. **Una memoria storica può essere contemporaneamente autentica e politicamente utilizzabile.** Il ricordo della vittoria sovietica sul nazismo è reale, profondamente radicato e legato al sacrificio di milioni di persone. Ma proprio per questo possiede una straordinaria forza simbolica. E può essere riutilizzato nel presente.

La guerra oltre il mito
Stalingrado è dunque almeno tre cose contemporaneamente. È una battaglia militare. È una tragedia umana. Ed è diventata un mito storico. Il mito non nasce necessariamente dalla falsificazione dei fatti. Nasce anche dalla selezione dei fatti. Novosti selezionava quelli che meglio esprimevano l'eroismo collettivo sovietico. Montanelli privilegiava altri elementi: la crisi dell'esercito tedesco, Hitler, Paulus, la sconfitta. La storiografia contemporanea dispone oggi di una quantità enormemente maggiore di documenti tedeschi e sovietici e può ricostruire le operazioni con maggiore precisione. Ma anche la memoria contemporanea seleziona. In Russia Stalingrado continua a rappresentare soprattutto la vittoria. In Italia la ritirata dal Don è stata trasformata in una delle grandi memorie tragiche degli Alpini. In Germania è diventata il simbolo della catastrofe della Wehrmacht e del fallimento della strategia di Hitler. Sono tre memorie diverse dello stesso evento.

Perché proprio Stalingrado?
Forse perché Stalingrado contiene quasi tutto ciò che rende terribile una guerra. La grande strategia. Gli errori dei comandanti. La propaganda. La fame. Il freddo. La paura. Il sacrificio dei soldati. La morte dei civili. Gli eserciti alleati. La responsabilità politica. E infine la memoria. Per questo Stalingrado non è soltanto una battaglia da studiare. È anche un laboratorio per capire **come costruiamo il nostro racconto del passato**. La storia non cambia. Ma cambiano le domande che le rivolgiamo. E forse è proprio questo il senso di **Ieri e oggi**. **Il passato non cambia. Cambia, nel tempo, la nostra capacità di guardarlo.**

Il peso di Stalingrado oltre il fronte orientale
C'è un aspetto che merita di essere considerato, anche se non riguarda direttamente il racconto delle fonti. Stalingrado non decise soltanto ciò che sarebbe accaduto sul fronte orientale. Contribuì a determinare le condizioni nelle quali, quasi due anni dopo, gli Alleati avrebbero affrontato la Germania in Normandia. Non si tratta di immaginare scenari alternativi. Si tratta di considerare un fatto documentato: la Germania che affrontò lo sbarco del giugno 1944 era ormai molto diversa da quella che aveva iniziato la guerra. A Stalingrado, e più in generale sul fronte orientale, la Wehrmacht aveva consumato uomini, mezzi, carri armati, aerei e soprattutto capacità offensiva. Molte delle sue unità più esperte erano state distrutte o gravemente logorate. E non si trattava soltanto di perdite tedesche. Anche le forze rumene, italiane e ungheresi che presidiavano i fianchi del fronte orientale subirono perdite devastanti. L'ARMIR, il corpo di spedizione italiano, fu praticamente annientato tra la fine del 1942 e l'inizio del 1943. Quelle forze, se fossero rimaste efficienti, avrebbero costituito una riserva militare che l'Asse avrebbe potuto utilizzare in altri teatri di guerra. Questo non significa che senza Stalingrado lo sbarco in Normandia sarebbe fallito. La superiorità aerea e navale anglo-americana, la capacità industriale degli Stati Uniti e la gigantesca macchina logistica alleata rimanevano fattori decisivi. Ma significa qualcosa di più preciso: Stalingrado contribuì a creare le condizioni militari nelle quali lo sbarco poté avvenire. Una Germania meno logorata sul fronte orientale avrebbe potuto disporre di più divisioni efficienti in Francia, più riserve corazzate e una maggiore capacità di contrattacco. Lo sbarco sarebbe stato comunque tentato, ma con costi e rischi diversi. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della battaglia: non fu solo un evento del fronte orientale. Fu uno di quegli eventi che pesano anche molto lontano dal luogo in cui avvengono. Questa, secondo me, è la chiusura giusta. Non dici al lettore “se Stalingrado fosse andata diversamente, gli Alleati avrebbero perso”. Dici qualcosa di più serio: la storia è una rete di conseguenze, e una battaglia combattuta sul Volga contribuì a determinare le condizioni di una battaglia che sarebbe stata combattuta sulle coste della Normandia quasi due anni dopo.