Quando Hitler prese il potere nel 1933, che cosa accadde alle aziende americane che avevano già investito e prodotto in Germania?

Quando Hitler prese il potere nel 1933, che cosa accadde alle aziende americane che avevano già investito e prodotto in Germania? Nel precedente articolo abbiamo visto come la Germania riuscì a ricostruire, in meno di vent'anni dalla fine della Prima guerra mondiale, una enorme capacità industriale e militare. Ma rimane una domanda.
Che cosa accadde alle aziende americane che erano già presenti in Germania quando Hitler arrivò al potere?
La risposta non è semplice. Non tutte le imprese americane avevano lo stesso tipo di presenza. Ford possedeva stabilimenti produttivi. General Motors controllava una delle più importanti industrie automobilistiche tedesche, Opel. Standard Oil aveva invece costruito con il colosso chimico tedesco I.G. Farben una rete di accordi industriali, tecnologici e brevettuali. E c'è un elemento ancora più importante. Alcune di queste relazioni erano nate prima di Hitler. La domanda, quindi, non è soltanto: Le aziende americane aiutarono Hitler? La domanda storicamente più interessante è: Che cosa accadde ai loro investimenti, alle loro tecnologie e ai loro rapporti industriali quando la Germania diventò una dittatura e iniziò a prepararsi alla guerra? Per scoprirlo bisogna esaminare i casi uno per uno.

Ford: un'azienda americana già profondamente inserita in Germania

La presenza prima di Hitler Ford era presente in Germania già dal 1925. La Ford Motor Company aveva costituito a Berlino la Ford Motor A.G. e inizialmente assemblava automobili utilizzando componenti provenienti dagli Stati Uniti. Nel 1930 Henry Ford e Konrad Adenauer posarono la prima pietra del nuovo stabilimento di Colonia-Niehl. Nel maggio 1931 uscì dalla fabbrica il primo camion Ford prodotto a Colonia. (Ford From the Road) Quindi quando Hitler arrivò al potere, nel 1933, Ford non era un'impresa straniera appena arrivata in Germania. Aveva già costruito una presenza industriale importante.
Un intreccio con I.G. Farben
Qui compare un elemento particolarmente interessante. Una ricostruzione di Antony Sutton sostiene che nel 1928 le attività tedesche di Ford furono intrecciate con I.G. Farben, con il trasferimento a quest'ultima di una partecipazione del 40% nella Ford Motor A.G. tedesca e con Carl Bosch, dirigente di I.G. Farben, alla guida della Ford tedesca. La questione va però trattata con cautela. Non ho trovato nella ricerca attuale una fonte primaria altrettanto solida che permetta di confermare senza riserve quel preciso 40%. Esiste però una fonte contemporanea molto significativa: la stampa economica tedesca del 1929 parlava esplicitamente di un “Zusammenschluss I.G. Farben–Ford”, cioè di un'unione o combinazione tra i due gruppi. Quindi possiamo dire con sicurezza che i rapporti industriali tra Ford e I.G. Farben esistevano già prima dell'avvento di Hitler, mentre il dettaglio della partecipazione del 40% va considerato come una ricostruzione specifica che richiede ulteriori verifiche. È un dettaglio importante perché ci impedisce di immaginare Ford come un corpo completamente estraneo all'industria tedesca.
Ford e Hitler
C'è poi un'altra questione, che riguarda non la società ma Henry Ford personalmente. Nel 1922 il New York Times pubblicò un articolo nel quale riferiva una voce secondo cui Ford avrebbe finanziato il movimento nazionalista e antisemita di Hitler a Monaco. Lo stesso articolo riferiva che un ritratto di Ford era esposto nell'ufficio di Hitler. (The Washington Post) Questo però è importante dirlo con precisione: una voce riportata dalla stampa non costituisce da sola la prova che Ford abbia finanziato Hitler. È invece documentato che Hitler ammirava Ford e che Ford aveva pubblicato materiale antisemita che ebbe ampia circolazione internazionale. Nel 1938, inoltre, Henry Ford ricevette dal regime nazista la Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Tedesca, una delle principali onorificenze conferite agli stranieri. Sono elementi che riguardano la storia personale di Henry Ford e che meritano attenzione. Ma il nostro articolo riguarda soprattutto il comportamento delle aziende.
1933-1939: Ford rimane
Quando Hitler prende il potere, Ford non chiude lo stabilimento di Colonia. La produzione continua e cresce. Nel 1933 Ford produce in Germania diversi modelli di automobili; nel 1934 la produzione raddoppia. (Ford From the Road) Progressivamente, però, l'economia tedesca cambia. Il mercato civile perde importanza mentre aumentano le commesse pubbliche e la domanda di veicoli utili alla preparazione militare. Ford-Werke entra quindi sempre più profondamente nell'economia del riarmo.
1939-1942: dalla produzione civile alla guerra
Con l'inizio della guerra nel settembre 1939 la situazione cambia. Ford-Werke continua a produrre, ma la produzione viene progressivamente orientata verso i camion e i veicoli necessari all'apparato militare tedesco. Ford stessa ricostruisce oggi nella propria documentazione storica che nel 1942 gli impianti tedeschi furono dichiarati proprietà nemica, sottoposti al controllo del regime e che la produzione venne convertita dai veicoli civili verso i camion militari. (Ford From the Road) Questo introduce una distinzione fondamentale: la Ford americana e la Ford-Werke non erano più nella stessa situazione di controllo che avevano avuto prima della guerra. Ma lo stabilimento tedesco continuava a produrre per l'economia di guerra.
Il lavoro forzato
Qui la documentazione diventa particolarmente pesante. Nel 1943 nello stabilimento Ford di Colonia lavoravano circa 5.000 persone e circa la metà era costituita da prigionieri di guerra o lavoratori forzati provenienti dai Paesi occupati. Il Memoriale di Buchenwald conferma che circa 5.000 persone lavoravano nello stabilimento e che metà erano prigionieri di guerra e lavoratori coatti. (Auẞenlager Buchenwald) Nel corso della guerra il numero dei lavoratori stranieri impiegati da Ford arrivò a circa 2.000-2.500 contemporaneamente. (Jewish Virtual Library) E nell'agosto 1944 accadde qualcosa di ancora più grave. La SS trasferì a Ford-Werke 50 prigionieri provenienti da Buchenwald, sorvegliati da 16 uomini delle SS, creando il sottocampo denominato Köln-Ford. Il memoriale di Buchenwald documenta il trasferimento dei 50 prigionieri il 12 agosto 1944 e l'impiego di un totale di 61 prigionieri nel corso dell'esistenza del campo. (Auẞenlager Buchenwald) Questi non sono più soltanto rapporti commerciali. Sono fatti che riguardano direttamente il funzionamento dell'economia di guerra tedesca e l'utilizzo del lavoro coatto.

General Motors e Opel

Il caso General Motors è ancora più interessante. Nel 1929 GM acquistò l'80% di Adam Opel AG e nel 1931 acquisì il restante 20%. Quando Hitler arrivò al potere, quindi, Opel era interamente controllata da General Motors. Non era semplicemente un'azienda tedesca che utilizzava tecnologia americana. Era una società tedesca appartenente a un gruppo industriale americano.
1933-1939: Opel cresce con il riarmo
Opel continuò a produrre automobili, ma l'espansione del programma di riarmo tedesco fece aumentare enormemente la domanda di veicoli industriali e militari. Lo stabilimento di Brandeburgo produsse il famoso Opel Blitz, uno dei principali camion utilizzati dalla Wehrmacht. Gli archivi statunitensi documentano la produzione Opel di camion e componenti destinati all'apparato militare tedesco. (HNN) La crescita fu enorme. Nel 1937 Opel era diventata molto più grande dei principali concorrenti tedeschi nel settore automobilistico. (HNN) Il riarmo quindi non fu soltanto una gigantesca spesa dello Stato. Creò anche un enorme mercato industriale.
Ma chi controllava realmente Opel?
Qui la cronologia è importante.
1933-1939
GM continuava a possedere Opel e gli americani mantenevano una presenza manageriale importante. Ma gli americani dipendevano fortemente dai dirigenti e funzionari tedeschi per la gestione quotidiana dell'impresa e per i rapporti con le autorità naziste. (Understanding Society)
1939
Quando scoppiò la guerra, GM modificò formalmente la struttura della gestione. Nel rapporto annuale del 1939, pubblicato nel 1940, GM dichiarò di avere: ritirato il personale americano che aveva avuto responsabilità esecutive e trasferito la responsabilità amministrativa a cittadini tedeschi. Ma GM non aveva venduto Opel. Manteneva la proprietà delle azioni e la rappresentanza nel consiglio di amministrazione.
1940
La situazione si fece ancora più particolare. La gestione quotidiana era nelle mani di dirigenti tedeschi, ma due dirigenti americani continuavano a rappresentare GM nel consiglio. Quindi il controllo operativo e la proprietà non coincidevano più.
1941-1942
Dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti, la situazione cambiò ulteriormente. Le proprietà delle società americane in Germania furono sottoposte al regime tedesco di amministrazione dei beni nemici. Nel caso Opel, il passaggio all'amministrazione del Reich avvenne nel 1942. Questa sequenza è molto più precisa della formula generica: "GM controllò Opel per tutta la guerra." Non fu così. Ma non è nemmeno corretto dire: "GM abbandonò Opel nel 1939." La realtà fu intermedia e cambiò nel tempo.
E i profitti?
Opel beneficiò enormemente della crescita dell'economia tedesca e del riarmo. Nel 1935 gli utili superarono i 35 milioni di Reichsmark secondo le ricostruzioni economiche utilizzate nello studio del capitalismo multinazionale nella Germania nazista. Ma anche qui bisogna considerare le restrizioni valutarie tedesche. Gli utili realizzati in Germania non potevano essere liberamente trasferiti negli Stati Uniti. Una parte considerevole doveva quindi essere reinvestita nell'economia tedesca. Questo significa che la crescita dell'impresa aumentava anche la capacità produttiva disponibile all'interno del Reich.

Standard Oil: qui la storia cambia completamente

Ford e General Motors avevano fabbriche. Standard Oil aveva qualcosa di diverso: tecnologia, brevetti, know-how e rapporti industriali. E il partner tedesco era ancora una volta I.G. Farben. Il rapporto tra Standard Oil of New Jersey e I.G. Farben era iniziato prima di Hitler, con importanti accordi industriali e tecnologici alla fine degli anni Venti. La documentazione del processo I.G. Farben di Norimberga ricostruisce dettagliatamente questi accordi. (Nuremberg) Ma quello che emerge dai documenti è molto più importante di un semplice rapporto commerciale.
Benzina sintetica, lubrificanti e brevetti
Gli accordi riguardavano tecnologie per:
• carburanti;
• oli lubrificanti;
• processi di idrogenazione;
• prodotti petrolchimici;
• gomma sintetica;
• brevetti e know-how.
I.G. Farben stessa riconobbe nel dopoguerra che i rapporti con le società americane le avevano consentito di ottenere conoscenze tecnologiche che sarebbero risultate estremamente utili durante la guerra. (Nuremberg) Ma c'è un documento che cambia completamente il peso di questa storia.
Il piombo tetraetile: quando la tecnologia diventa capacità militare
Il piombo tetraetile era un additivo fondamentale per ottenere benzine ad alto numero di ottano, particolarmente importanti per i motori aeronautici. Nel materiale acquisito durante le indagini su I.G. Farben compare una dichiarazione di un dirigente del gruppo tedesco. Il testo affermava: “Without lead-tetraethyl the present method of warfare would be unthinkable.” (Nuremberg) Ma la frase successiva è ancora più importante. I.G. Farben dichiarava che la possibilità di produrre piombo tetraetile dall'inizio della guerra era dovuta al fatto che poco prima della guerra gli americani avevano fornito i piani di produzione completi insieme all'esperienza sperimentale accumulata. (Nuremberg) E il documento specifica che si trattava di una licenza concessa dagli americani a seguito delle richieste di I.G. Farben a Standard Oil. Aggiunge inoltre che il War Department di Washington aveva dato la propria autorizzazione soltanto dopo una lunga deliberazione. Questo è un elemento molto più significativo del semplice dato sui 20 milioni di dollari di carburanti. Perché qui abbiamo una relazione documentata tra: tecnologia americana → produzione tedesca di piombo tetraetile → carburanti ad alto numero di ottano → capacità militare tedesca. Non significa che Standard Oil avesse deciso di finanziare politicamente Hitler. Ma significa qualcosa di molto concreto: una tecnologia americana trasferita prima della guerra contribuì alla capacità della Germania di produrre un materiale strategico per la propria macchina bellica.
E i 20 milioni di dollari?
Anche questo episodio è documentato. I.G. Farben, sfruttando i propri rapporti con Standard Oil, agì come intermediario per acquistare per conto del governo tedesco circa 20 milioni di dollari di benzina per aviazione e lubrificanti. La documentazione americana del dopoguerra precisa però che, dei 20 milioni previsti, circa 14 milioni di dollari di prodotti furono effettivamente consegnati. Quindi anche qui è meglio evitare la formulazione generica: "Standard Oil diede 20 milioni a Hitler." Non è ciò che documentano le fonti. La realtà è: I.G. Farben acquistò prodotti strategici americani utilizzando i propri rapporti con Standard Oil e agendo anche per conto del governo tedesco.
Standard Oil e I.G. Farben dopo il 1939
Con lo scoppio della guerra gli accordi non scomparvero semplicemente da un giorno all'altro. I due gruppi dovettero riorganizzare i propri rapporti tecnologici e i diritti sui brevetti perché i rispettivi mercati erano ormai separati dalla guerra. La documentazione di Norimberga mostra che anche dopo l'inizio del conflitto furono discusse questioni relative alla redistribuzione dei diritti sui brevetti e alle tecnologie sviluppate attraverso la collaborazione precedente. (Nuremberg) Ma la natura del rapporto era ormai profondamente cambiata. Non era più una normale collaborazione internazionale. La guerra aveva trasformato i partner industriali in appartenenti a schieramenti contrapposti.
Tre aziende, tre storie diverse
A questo punto possiamo confrontare i tre casi.

Immagine sotto il testo

La differenza è fondamentale. Ford e GM avevano fabbriche in Germania. Standard Oil aveva costruito una rete tecnologica e industriale con I.G. Farben. Non possiamo quindi raccontare i tre casi con la stessa formula.
Cosa è documentato?
A questo punto possiamo separare i fatti dalle interpretazioni. È documentato che: • Ford era presente industrialmente in Germania già prima di Hitler. (Ford From the Road) • Esistevano rapporti industriali tra Ford e I.G. Farben prima del nazismo; la stampa economica tedesca del 1929 documentava un accordo o intreccio tra i due gruppi. (pdf.sub.uni-hamburg.de) • Henry Ford ricevette nel 1938 una importante onorificenza del regime nazista. • Ford-Werke continuò a produrre in Germania dopo il 1933. (Ford From the Road) • Durante la guerra produsse soprattutto camion e utilizzò lavoratori forzati. (Ford From the Road) • Nel 1944 esistette presso Ford-Werke un sottocampo di Buchenwald con 50 prigionieri e 16 guardie SS. (Auẞenlager Buchenwald) • General Motors possedeva Opel al 100% quando Hitler prese il potere. • Opel produsse veicoli utilizzati dalla Wehrmacht. (HNN) • Nel 1939 GM trasferì formalmente la responsabilità amministrativa di Opel a dirigenti tedeschi, mantenendo però la proprietà e una rappresentanza nel consiglio. (123Deta) • Nel 1942 Opel passò sotto l'amministrazione tedesca dei beni nemici. • Standard Oil e I.G. Farben avevano accordi tecnologici precedenti a Hitler. (Nuremberg) • La tecnologia americana relativa al piombo tetraetile fu trasferita a I.G. Farben prima della guerra. (Nuremberg) • La stessa documentazione di I.G. Farben considerava il piombo tetraetile essenziale per la guerra moderna. (Nuremberg) • I.G. Farben acquistò inoltre prodotti petroliferi americani per conto del governo tedesco negli anni precedenti la guerra.
Ma cosa NON dimostrano questi fatti?
Non dimostrano automaticamente che: “Gli Stati Uniti finanziarono Hitler affinché facesse la guerra all'Unione Sovietica.” Questa è una tesi molto più ampia. Per sostenerla occorrerebbe dimostrare l'esistenza di una politica deliberata del governo degli Stati Uniti con quello specifico obiettivo. Le prove che abbiamo esaminato dimostrano invece qualcosa di più circoscritto e verificabile: imprese americane continuarono a mantenere investimenti, produzioni, rapporti commerciali e rapporti tecnologici con la Germania anche dopo l'avvento di Hitler. E alcuni di questi rapporti ebbero una evidente rilevanza strategica.
Una distinzione ancora più importante
C'è però un'altra distinzione da fare. Un'azienda può fare affari con un regime senza che il governo del suo Paese abbia deciso di finanziare quel regime. E un'impresa multinazionale può continuare a possedere una fabbrica in un Paese anche quando il governo locale ne limita progressivamente la libertà. Nel caso tedesco, dopo l'inizio della guerra, questa distinzione diventa fondamentale. Ford e GM non avevano semplicemente la stessa libertà di azione che avevano nel 1933. Il regime nazista confiscò e sottopose al proprio controllo le proprietà delle imprese appartenenti a Paesi nemici. (Ford From the Road) Ma questo non cancella ciò che era accaduto prima. Le imprese avevano contribuito alla costruzione di una capacità industriale che, dopo il 1933, venne progressivamente integrata nell'economia di guerra.
Ieri e oggi
Ed è qui che il confronto con la nostra fonte sovietica del 1978 diventa interessante. Novosti aveva torto quando trasformava i 90 miliardi di marchi della spesa tedesca per il riarmo in 90 miliardi di investimenti americani. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che, eliminato quell'errore, la storia dei rapporti economici tra America e Germania nazista scompaia. Non scompare affatto. Anzi. La documentazione ci mostra: Ford produceva in Germania. GM possedeva Opel. Opel produceva camion per la Wehrmacht. Ford utilizzava lavoro forzato. Standard Oil e I.G. Farben scambiavano tecnologie. Tecnologie americane contribuirono alla produzione tedesca di piombo tetraetile. Prodotti petroliferi americani furono acquistati per la Germania prima della guerra. La realtà, quindi, è molto più interessante della semplice contrapposizione: americani contro nazisti. Prima del conflitto mondiale esisteva un sistema economico internazionale nel quale imprese appartenenti a Paesi che pochi anni dopo sarebbero diventati nemici continuavano a collaborare, scambiarsi tecnologie, vendere prodotti e difendere i propri interessi economici. Poi arrivò la guerra. E tutto cambiò.
La domanda che resta
A questo punto la domanda iniziale si è trasformata. Non possiamo più limitarci a chiedere: “Chi finanziò Hitler?” Dobbiamo chiederci: Quanto può contribuire un sistema economico internazionale alla costruzione della potenza di un Paese che sta trasformandosi in una dittatura e preparando una guerra? E soprattutto: Quando gli interessi economici entrano in conflitto con la politica, quanto è difficile per un'impresa multinazionale interrompere i propri rapporti con un Paese? Sono domande che non riguardano soltanto la Germania degli anni Trenta. Ma questa è un'altra storia.
Ieri e oggi
La nostra fonte sovietica del 1978 raccontava una storia nella quale il capitale americano aveva avuto un ruolo enorme nella costruzione della macchina bellica tedesca. La ricerca permette di correggere quella narrazione. Ma non di cancellarla completamente. Alcune accuse non resistono al confronto con i documenti. Altre trovano invece conferme. E altre ancora diventano molto più complesse. È proprio questo il motivo per cui abbiamo aperto “Ieri e oggi”. Non per decidere in anticipo chi avesse ragione. Ma per capire quanto è cambiato ciò che sappiamo.
Pensiero Finale
La paura della rivoluzione bolscevica non fu l'unico fattore, ma fu certamente uno dei motori della politica occidentale verso la Germania negli anni Venti. Il Piano Dawes e i prestiti americani miravano a stabilizzare la Germania come baluardo contro l'espansione comunista. Quella stabilizzazione creò la base industriale che Hitler avrebbe poi utilizzato per il riarmo. Non fu un piano deliberato per armare il nazismo, ma fu una conseguenza non voluta di una politica che considerava la Germania un cuscinetto necessario contro il pericolo rivoluzionario. In quella gerarchia di priorità, il nazismo appariva a molti ambienti conservatori e industriali come un un argine tollerabile rispetto a una possibile vittoria del comunismo in Europa centrale. La storia ha dimostrato che il nazismo non ha rappresentato in alcun modo un "male minore": insieme ai suoi alleati dell'Asse, ha causato circa 70 milioni di morti totali nel conflitto mondiale. Di contro, l'Unione Sovietica guidata da Stalin, pur avendo contribuito a distruggere il Terzo Reich, ha pagato un prezzo immenso stimato in oltre 20 milioni di vite umane (tra militari e civili). La spedizione nazista in Russia – il Fronte Orientale, iniziato nel 1941 con l'Operazione Barbarossa – rappresentò la più grande catastrofe militare della storia tedesca, portando al totale dissanguamento della Wehrmacht. I dati storici dimostrano che il fronte sovietico assorbì circa l'80% di tutte le perdite militari complessive subite dalla Germania durante l'intera Seconda Guerra Mondiale. Quando gli Stati Uniti e gli Alleati sbarcarono finalmente in Europa con l'Operazione Overlord, avendo ormai quasi piegato il Giappone nel Pacifico, si trovarono di fronte un esercito tedesco profondamente logorato e indebolito da anni di logoramento a Est. Fu questa dinamica militare a permettere l'avanzata verso il cuore del Reich, culminata nella caduta di Berlino e nella successiva spartizione della Germania.
Fonte storica di partenza:
* *L'URSS nella seconda guerra mondiale*, Nuova CEI, 1978. * Opera basata su testi e materiali dell'agenzia di stampa sovietica *Novosti*. * La pagina originale e i volumi utilizzati per questo confronto appartengono alla biblioteca storica privata dell'autore.


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