Vasilij Zajcev: il vero cecchino di Stalingrado, tra storia e mito

Come è cambiato ciò che sappiamo
Quando si parla di Vasilij Zajcev, il primo pensiero corre quasi inevitabilmente al film *Il nemico alle porte*: un uomo solo, nascosto tra le rovine di Stalingrado, che affronta in un duello mortale il miglior cecchino tedesco. Ma il vero Zajcev è molto più interessante del personaggio cinematografico. Per conoscerlo bisogna tornare alla sua voce, alle sue memorie pubblicate nel 1981 con il titolo *Za Volgoj zemli dlja nas ne bylo. Zapiski snajpera*, cioè *Oltre il Volga non c'era terra per noi. Memorie di un cecchino*. Il testo disponibile online corrisponde all'edizione Sovremennik del 1981 e specifica che è stato pubblicato tenendo conto dell'ultima revisione fatta dall'autore in vita. L'editore lo presenta come partecipante alla battaglia di Stalingrado, organizzatore del movimento dei cecchini nella 62ª Armata e protagonista di una vera e propria scuola di tiro e di combattimento. ([Militera][1]) È una fonte preziosa, ma va letta per quello che è: **la memoria autobiografica di un protagonista, scritta molti anni dopo gli avvenimenti**. Ed è proprio questo che rende Zajcev perfetto per *Ieri e oggi*: possiamo mettere a confronto ciò che raccontò lui, ciò che divenne la memoria sovietica, ciò che raccontò il cinema e ciò che oggi possiamo verificare attraverso altre fonti.

Chi era davvero Vasilij Zajcev?
Zajcev non nasce cecchino. Nasce nel 1915 negli Urali, in una famiglia contadina. Da bambino impara dal nonno l'arte della caccia: osservare, seguire le tracce, muoversi senza rumore, conoscere il terreno e soprattutto **saper aspettare**. Racconta di aver ricevuto il primo fucile a dodici anni. Quell'esperienza resterà fondamentale nella sua vita. Prima della guerra lavora nell'industria e nel 1937 entra nella Marina sovietica. Trascorre anni nella Flotta del Pacifico. Quando arriva a Stalingrado, dunque, non è un ragazzo trasformato improvvisamente in eroe. È un uomo che possiede già una lunga esperienza militare e, soprattutto, una particolare capacità di osservare. Ma a Stalingrado dovrà imparare un nuovo modo di combattere.

Prima il combattente, poi il cecchino
La parte forse più interessante delle sue memorie è proprio quella che precede la leggenda. Zajcev racconta il passaggio del Volga, l'arrivo nella città, i combattimenti nelle fabbriche, le macerie, gli incendi, i bombardamenti e la lotta a distanza ravvicinata. Sono pagine nelle quali il futuro cecchino appare semplicemente come **uno dei tanti soldati immersi nella battaglia**. Nei primi capitoli racconta anche di essere rimasto sepolto dalle macerie e di essere sopravvissuto. In altre occasioni descrive combattimenti nei quali lui e i suoi compagni, quando la situazione lo richiede, smettono di comportarsi da cecchini e combattono con mitra e bombe a mano. È un particolare importante. Il cecchino cinematografico sembra vivere una guerra separata da quella degli altri soldati. Il vero Zajcev no. È prima di tutto un soldato.

Come nasce un cecchino
A un certo punto Zajcev comincia a dedicarsi sistematicamente al tiro di precisione. E qui la sua storia prende una direzione completamente diversa da quella del film. Un cecchino, secondo la sua esperienza, non è semplicemente un uomo che sa sparare bene. Deve saper **osservare**. Deve conoscere il terreno. Deve individuare le abitudini del nemico. Deve capire da dove arrivano i colpi. Deve distinguere una posizione reale da una falsa. Deve sapere quando sparare e, soprattutto, **quando non sparare**. Zajcev racconta di aver imparato osservando i cecchini tedeschi e studiando le loro posizioni. Un colpo contro un soldato nemico poteva fornire un'informazione preziosa: la direzione dalla quale era arrivato il proiettile, la posizione possibile del tiratore, il tipo di terreno che utilizzava come riparo. La caccia al cecchino diventava così quasi un'indagine.

Non basta saper sparare
Le sue memorie mostrano anche un altro aspetto poco presente nella rappresentazione cinematografica: **il lavoro di squadra**. Zajcev non agisce quasi mai completamente da solo. Ha compagni che osservano, altri che fanno da esca, altri ancora che lo aiutano a controllare una posizione. In una delle azioni raccontate nelle memorie, per esempio, la sua squadra riceve il compito di individuare e neutralizzare gli osservatori e i correttori di tiro tedeschi che dirigono l'artiglieria contro le posizioni sovietiche. Zajcev distribuisce le feritoie di un posto di osservazione tra i suoi compagni e organizza il fuoco coordinato. ([Militera][2]) Non basta colpire un uomo. Bisogna prima capire **chi è importante colpire**. Un osservatore che dirige il fuoco dell'artiglieria può essere molto più importante di un semplice soldato. E quando il combattimento cambia, anche il ruolo del cecchino cambia. Lo stesso Zajcev racconta che, sotto il bombardamento, la sua squadra finisce per combattere con mitra e bombe a mano. In un'occasione interviene anche per liberare il compagno Viktor Medvedev, catturato dai tedeschi durante una controffensiva. ([Militera][2]) **La guerra reale non rispetta i ruoli perfetti del cinema.**

La scuola dei cecchini
Zajcev non diventa importante soltanto per i nemici che riesce a colpire. Diventa importante perché contribuisce alla formazione di altri cecchini. La struttura stessa delle sue memorie dedica diversi capitoli alla sua trasformazione in tiratore scelto, alle prime esperienze, alla ricerca dei cecchini nemici, all'importanza di non avere fretta e alla formazione di altri uomini. L'indice originale comprende infatti i capitoli *Divento cecchino*, *I primi passi*, *Una posizione difficile*, *Trova il cecchino!* e *Quando non bisogna avere fretta*. ([Militera][1]) La sua esperienza personale diventa quindi una sorta di **scuola di combattimento**. Questo elemento è fondamentale per comprendere la sua figura. La leggenda successiva tende a trasformarlo nel cecchino solitario che affronta un avversario altrettanto straordinario. Le sue memorie raccontano invece qualcosa di molto diverso: **un'organizzazione di uomini che imparano gli uni dagli altri.** Ed è forse questa la parte più importante della sua eredità militare.

La guerra dentro le rovine
Le sue pagine restituiscono anche una Stalingrado molto diversa da quella delle mappe militari. È una città nella quale una fabbrica può diventare una fortezza. Una scala può diventare una posizione difensiva. Una finestra può trasformarsi in un punto di osservazione. Una lamiera, un cumulo di mattoni o una trave possono significare vita o morte. In una delle scene raccontate da Zajcev, lui e i suoi compagni vengono sottoposti a un intenso bombardamento. Quando le bombe cessano, devono immediatamente affrontare il combattimento. Zajcev racconta anche un momento nel quale, sotto il fuoco dell'aviazione, perde temporaneamente il controllo e corre allo scoperto. È un compagno, Vasylčenko, ad afferrarlo per il colletto e a trascinarlo al riparo. ([Militera][2]) È un piccolo episodio, ma dice molto. **L'eroe invulnerabile non esiste.** Esiste un soldato che ha paura, che si stanca, che può sbagliare e che sopravvive anche grazie ai compagni.

Il famoso duello
Ed eccoci alla parte più famosa della leggenda. Secondo il racconto di Zajcev, il comando tedesco era preoccupato per l'efficacia dei cecchini sovietici. A Stalingrado sarebbe arrivato un tiratore tedesco particolarmente esperto, indicato nelle memorie come **Konings**, con il compito di eliminare Zajcev. Da quel momento sarebbe iniziata una lunga caccia reciproca. Zajcev racconta di aver cercato per giorni la posizione dell'avversario. Il problema era che entrambi conoscevano le tecniche dell'altro. Una posizione apparentemente perfetta poteva essere una trappola. Un movimento poteva rivelare la presenza del cecchino. Una sagoma poteva essere soltanto un'esca. Alla fine Zajcev racconta di aver individuato il suo avversario nascosto sotto una lamiera. Un suo compagno, Kulikov, si sarebbe esposto come esca. Il tedesco avrebbe sparato. Zajcev avrebbe atteso il momento giusto e avrebbe colpito. Secondo il suo racconto, dai documenti trovati sul corpo sarebbe emerso che l'uomo era il capo di una scuola tedesca per cecchini. ([Militera][2]) È questa la storia che, molti anni dopo, sarebbe diventata il cuore di *Il nemico alle porte*.

König, Konings o Thorvald?
Qui la storia diventa ancora più interessante. Perché persino **il nome dell'avversario non è univoco**. Nelle memorie di Zajcev compare la forma **Konings**. Nella tradizione successiva è diventata prevalente la forma tedesca **König**. Altre versioni hanno introdotto anche il nome **Heinz Thorvald**. Questa varietà non dimostra da sola che il duello non sia avvenuto. Ma è un altro indizio di quanto il racconto sia stato modificato e arricchito nel corso del tempo. Il problema principale, comunque, è un altro.

Ma chi era davvero König?
La memoria di Zajcev e la storia documentabile non sono la stessa cosa. Il racconto del duello esiste. È presente nelle memorie di Zajcev. È stato ripreso dalla memoria sovietica. È entrato nella letteratura sulla battaglia di Stalingrado. Ma non sono emerse prove documentarie tedesche sufficienti a confermare in modo indipendente l'identità di questo ufficiale, la sua missione a Stalingrado o il suo ruolo di capo di una scuola tedesca per cecchini. Il duello è quindi **documentato come racconto di Zajcev, non come fatto indipendentemente verificato**. Anche le ricostruzioni storiche dedicate al film sottolineano che il confronto Zajcev-König non dispone di una conferma tedesca. ([historygap.com][3]) Questo però non permette di concludere automaticamente che Zajcev abbia inventato tutto. Possiamo dire qualcosa di più prudente: > **Zajcev racconta di aver affrontato e ucciso un esperto cecchino tedesco. L'identità di quell'uomo e i particolari del celebre duello non sono oggi verificabili attraverso una documentazione indipendente sufficientemente solida.** È una differenza importante. La storia non ci obbliga sempre a scegliere fra “vero” e “falso”. A volte ci obbliga a dire: **questo è ciò che una fonte racconta; questo è ciò che possiamo verificare; questo, invece, rimane incerto.**

La leggenda continua dopo la guerra
La storia del duello non si è fermata a Stalingrado. Nella tradizione successiva compare anche il racconto secondo cui, durante una visita a Berlino, una donna si sarebbe presentata a Zajcev come la figlia di König e le autorità sovietiche lo avrebbero allontanato per evitare un confronto. Ma anche questo episodio **non risulta confermato da una documentazione indipendente sufficientemente solida**. Ed è interessante proprio per questo. La leggenda sembra produrre nuovi episodi intorno a se stessa. Prima c'è il duello. Poi compare l'identità dell'avversario. Poi il suo nome completo. Poi la sua famiglia. È un meccanismo tipico della memoria leggendaria: un episodio difficile da verificare non scompare necessariamente. Può invece **continuare ad arricchirsi**.

Zajcev e il film
Nel 2001 il film *Il nemico alle porte* trasformò questa vicenda in una delle più celebri storie cinematografiche della Seconda guerra mondiale. Il film costruisce una contrapposizione perfetta: **Zajcev contro König.** Due uomini. Due fucili. Due cecchini. Un solo vincitore. Ma la realtà raccontata dalle memorie di Zajcev è molto meno semplice. Nel suo racconto compaiono continuamente altri soldati. Kulikov. Medvedev. Abzalov. Tjurin. Khabibulin. E molti altri. Persino nel racconto del duello l'azione di Zajcev dipende dall'aiuto dei compagni. Il film trasforma quindi una guerra collettiva in una storia molto più individuale. Ed è una trasformazione comprensibile dal punto di vista cinematografico. Ma non è l'unica.

Il film non cambia soltanto la storia di Zajcev
*Il nemico alle porte* costruisce anche una precisa immagine dell'Armata Rossa. Nella prima parte del film i soldati sovietici vengono rappresentati come uomini mandati al combattimento in condizioni estreme, spesso disarmati, minacciati dai propri superiori e tenuti in riga dalla paura delle unità di sbarramento. È vero che l'Ordine n. 227 del luglio 1942 impose una disciplina durissima e che esistettero realmente i reparti di sbarramento. Ma il film ne esaspera il ruolo. Gli storici hanno osservato che le unità di sbarramento non funzionavano semplicemente come una linea di mitragliatrici pronta a falciare indiscriminatamente i soldati sovietici che arretravano. Il film trasforma così una realtà molto più complessa in un'immagine semplice: **il soldato sovietico combatte perché ha una pistola puntata alla schiena**. ([historygap.com][3]) Questo non significa negare la brutalità della disciplina sovietica. Significa evitare un'altra semplificazione. A Stalingrado milioni di uomini combatterono e morirono, e non è possibile spiegare la loro resistenza soltanto attraverso la paura. Il film, dunque, **non si limita a individualizzare la guerra**. La interpreta anche attraverso una precisa chiave politica. E questo è importante quando confrontiamo cinema e storia.

Il vero Zajcev non era infallibile
Anche questo merita attenzione. Il titolo ideale per una storia basata sul film sarebbe forse: **“Il cecchino infallibile”.** Ma le memorie raccontano qualcosa di più umano. Zajcev sbaglia. Deve cambiare posizione. Viene individuato. Viene bombardato. Si trova in situazioni nelle quali il fucile da cecchino non serve più. Ha bisogno dell'aiuto dei compagni. In una delle azioni raccontate nelle memorie, per esempio, lui stesso ammette di aver perso per un momento il controllo sotto il bombardamento e di essere corso allo scoperto, prima che un compagno lo fermasse e lo portasse al riparo. ([Militera][2]) Non è quindi il supereroe sempre lucido e infallibile del mito. È un soldato esperto che **costruisce progressivamente la propria esperienza**.

Quante vittime attribuire a Zajcev?
Anche qui la prudenza è necessaria. Il numero più conosciuto è **225 nemici colpiti a Stalingrado**. Una tradizione documentaria sovietica riporta invece **242 obiettivi complessivamente confermati** durante la guerra. In altre pubblicazioni divulgative compaiono cifre ancora più alte. Non è quindi corretto trattare un singolo numero come se fosse una misura assolutamente certa. La differenza mostra anche una difficoltà concreta: **come si contano con precisione le vittime di un cecchino durante una battaglia combattuta tra rovine, fumo, bombardamenti e posizioni spesso impossibili da controllare successivamente?** Il dato numerico ha certamente un valore storico e simbolico. Ma forse non è la cosa più importante. Zajcev non diventa una figura fondamentale soltanto perché gli vengono attribuiti centinaia di colpi riusciti. La sua importanza deriva anche dal fatto che la sua esperienza venne trasformata in una vera **scuola di cecchini**.

Zajcev non era soltanto un cecchino
È forse questo il punto che più mi ha colpito leggendo le sue memorie. Il personaggio famoso è il cecchino. Il personaggio reale è molto più ampio. È: * il ragazzo che impara a cacciare; * il marinaio; * il soldato che attraversa il Volga; * l'uomo che combatte nelle rovine; * il tiratore che impara a osservare; * l'istruttore che trasmette la propria esperienza; * il compagno che cerca di salvare altri soldati; * l'uomo che viene ferito; * il testimone che molti anni dopo decide di raccontare ciò che ricorda. Questa complessità rischia di scomparire quando una persona reale diventa una leggenda.

Il prezzo della leggenda
C'è infine un aspetto che il cinema tende a lasciare sullo sfondo: **il prezzo personale della guerra**. Zajcev non esce indenne da Stalingrado. Viene gravemente ferito e rischia di perdere la vista. Un uomo che aveva costruito tutta la propria vita sulla capacità di osservare rischia di non poter più vedere. La vicenda rende ancora più drammatica la distanza fra l'eroe celebrato dalla propaganda e l'uomo reale che porta sul proprio corpo le conseguenze della guerra. Alla fine la vista viene recuperata. Ma Stalingrado gli ha lasciato addosso una ferita che non può essere cancellata.

Ieri e oggi: cinque Zajcev diversi
Ed è qui che il nostro percorso *Ieri e oggi* diventa particolarmente interessante. Possiamo osservare almeno **cinque immagini di Zajcev**.
1. Zajcev nelle sue memorie È un uomo che racconta la propria esperienza. La sua testimonianza è preziosa perché proviene da un protagonista diretto. Ma è pur sempre una memoria scritta e pubblicata nel 1981, quasi quarant'anni dopo gli eventi. L'edizione online precisa inoltre che il testo tiene conto dell'ultima revisione dell'autore. ([Militera][1])
2. Zajcev nella memoria sovietica È l'eroe di Stalingrado. Il maestro dei cecchini. L'uomo capace di trasformare il tiro di precisione in una vera scuola militare.
3. Zajcev nella storiografia contemporanea È una figura storica reale, ma alcuni episodi della sua leggenda vengono sottoposti a verifica. Il caso più evidente è proprio il duello con König.
4. Zajcev nel cinema Diventa quasi un personaggio epico. La guerra viene condensata nella sfida tra due uomini. Il risultato è efficace cinematograficamente, ma molto più lontano dalla complessità della battaglia reale. ([rmtrain.h-net.org][4])
5. Zajcev nella Russia di oggi La sua figura continua a essere celebrata nella memoria pubblica russa. Il Museo-panorama della battaglia di Stalingrado lo presenta ancora come uno dei grandi eroi della battaglia e ripropone la tradizione del duello con il capo della scuola tedesca dei cecchini. Questo è un passaggio importante. La memoria di Zajcev non appartiene soltanto all'Unione Sovietica. **Continua a essere utilizzata e reinterpretata nella Russia contemporanea.** E questo si collega direttamente a ciò che abbiamo osservato nell'articolo precedente su Stalingrado: il passato non viene semplicemente conservato. Può essere nuovamente utilizzato per costruire identità, valori e narrazioni politiche.

E allora il duello è vero o falso?
Forse questa è la domanda sbagliata.
La domanda migliore è:
**che cosa possiamo dire con certezza?**
Possiamo dire che Vasilij Zajcev è esistito.
Possiamo dire che combatté a Stalingrado.
Possiamo dire che divenne uno dei più celebri cecchini sovietici.
Possiamo dire che contribuì all'organizzazione e alla formazione dei tiratori scelti della 62ª Armata.
Possiamo leggere direttamente il suo racconto dell'attività dei cecchini e del famoso duello. ([Militera][1])
Possiamo però anche dire che **non disponiamo di una conferma indipendente sufficiente per identificare con certezza il suo avversario come il maggiore König/Konings/Thorvald descritto dalla tradizione**.
E possiamo dire che il film ha aggiunto altri elementi narrativi, trasformando una vicenda già leggendaria in una storia cinematografica ancora più drammatica. Questa non è una diminuzione della figura di Zajcev. Al contrario. **La rende più vera.**

Il soldato e il mito
Forse la cosa più interessante non è sapere se Zajcev fu davvero il più grande cecchino di Stalingrado. È capire come un soldato reale, con i suoi compagni, le sue paure, i suoi errori, le sue capacità e le sue ferite, sia diventato nel tempo un personaggio quasi leggendario. La sua storia ci mostra anche qualcosa di più generale. La memoria non è necessariamente una falsificazione della storia. È un'altra cosa. È il modo in cui una società conserva, interpreta e trasmette ciò che è accaduto. A volte però, nel passaggio dalla memoria alla leggenda, alcuni elementi diventano più grandi degli altri. Il soldato diventa l'eroe. Il gruppo diventa il protagonista solitario. Una battaglia diventa un duello. Un episodio non verificabile diventa una certezza. Un nome incerto diventa un'identità precisa. E una storia già straordinaria continua ad arricchirsi di nuovi particolari. Ed è proprio allora che vale la pena tornare alle fonti.

Conclusione
Vasilij Zajcev non ha bisogno di essere trasformato in un supereroe. La sua vera storia è già straordinaria. Un uomo cresciuto imparando a cacciare diventa un marinaio, attraversa il Volga, combatte tra le rovine di Stalingrado, impara l'arte del tiro di precisione, forma altri cecchini, viene ferito e rischia di perdere la vista. Poi, molti anni dopo, racconta tutto questo. Nel frattempo il suo nome è diventato leggenda. Forse è proprio questa la lezione che possiamo trarre da Zajcev. **La storia non ha bisogno del mito per essere interessante.** E quando il mito si sovrappone alla storia, non dobbiamo necessariamente distruggerlo. Dobbiamo soltanto imparare a riconoscerlo. Perché tra ciò che è accaduto, ciò che ricordiamo e ciò che raccontiamo passa una parte importante della nostra conoscenza del passato. **Zajcev è storia. König è già, almeno in parte, memoria. Il duello appartiene alla zona incerta che separa le due cose.** Ed è proprio in quella zona incerta che nasce il mito. **Il soldato è storia. Il mito è memoria. E tra i due, a volte, c'è una distanza che vale la pena percorrere.**